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1985. È trascorso un anno da quando Undici ha nuovamente salvato gli abitanti inconsapevoli della minuscola cittadina di Hawkins chiudendo il portale verso il Sottosopra e rispedendo all’inferno il Mind Flayer. Una minaccia in realtà solo tenuta in sospeso, dato che gli scienziati agli ordini dei militari russi hanno messo gli occhi proprio su quell’apertura e adesso lavorano segretamente nel cuore degli Stati Uniti per far pendere la bilancia dalla loro parte in piena Guerra Fredda. Nel frattempo, la relazione sentimentale tra Undici e Mike vive i primi dissapori, non senza la complicità di un Jim Hopper allo sbando, mentre la giovanissima superdotata troverà conforto nell’amicizia con l’ex-rivale Maxine; Will, desideroso di recuperare il tempo perduto, insegue un’infanzia innocente che i suoi amici si sono ormai lasciati alle spalle, mentre Dustin sta finalmente per tornare dal campeggio estivo.

Dopo le prime due stagioni, evocative nel loro continuo rimando alla cultura anni Ottanta e ludiche in maniera stupefacente per ogni appassionato abituato a rintracciare questo o quel riferimento specifico in un gioco ultracitazionista – ormai oltre i limiti di ogni misura – in questa terza stagione i fratelli Duffer erano chiamati sia a replicare il successo mediatico – un’operazione di per sé molto facile grazie allo strapotere di Netflix e delle sue incessanti campagne pubblicitarie costruite ad hoc anche grazie alle partnership (quella con Coca Cola, solo per dirne una) – ma soprattutto a dimostrare che l’universo messo in piedi da queste due giovani menti non crollasse sotto il suo stesso peso specifico. La prima e la seconda stagione furono infatti concepite e scritte quasi in contemporanea, quindi è proprio con questa terza mandata di episodi che per la prima volta Matt e Ross Duffer hanno potuto approcciarsi alla loro creatura in una maniera consapevole del successo planetario raggiunto, e dunque con il peso della responsabilità verso una fanbase vastissima ad attenderli (e all’occorrenza lapidarli a ogni minima distrazione). Se nella passata stagione avevamo assistito a svolte terribilmente posticce (ricordate l’episodio “punk” con Undici?) o a rivalità vistosamente forzate e inconcludenti (con la new entry Max), la terza stagione ha senza ombra di dubbio corretto il tiro e introdotto nuove dinamiche narrative in maniera più fluida e organica nell’insieme, pur non rinunciando a una certa cifra semplicistica nell’organizzazione generale, un aspetto quest’ultimo che se in passato costituiva motivo di freno per ambizioni troppo elevate, oggi appare più come un importante punto di forza.

Prima di ogni cosa i personaggi al centro. Mai come in questa stagione – e al passaggio di ogni episodio diventa sempre più palese il fatto che tutto il discorso che ruota attorno alla vicenda fantasy è solo marginale ai fini della narrazione – i rapporti tra i vari personaggi principali diventano il vero motore emotivo da cui il resto degli eventi trae linfa vitale. Pur con i suoi evidenti difetti, soprattutto nella prima parte, Stranger Things 3 per la prima volta si prende il suo tempo e tesse con il giusto ritmo tre o più linee narrative separate che inevitabilmente andranno a convergere nell’atteso gran finale. Se la separazione tra le varie forze in campo appariva sgangherata nella seconda stagione, in questa nuova invece è da subito comprensibile per via di un deterioramento dei rapporti interni alla “baby gang” protagonista, figlia di quel processo di crescita finalmente giunto a maturazione. Will fatica a trovare un nuovo punto di contatto con degli amici ormai completamente presi dalle loro relazioni; Jonathan e Nancy sono alle prese con il loro ingresso nel mondo adulto e con tutte le inevitabili difficoltà (con storiella da cartolina #MeToo servita su un piatto d’argento); Dustin e Steve danno invece vita alla linea narrativa più divertente e soddisfacente di tutte, nonché al più sfacciato lavoro di fanservice che la serie inevitabilmente abbia messo in campo (il duo, già apprezzato un anno e mezzo fa, viene riproposto sull’onda lunga dell’entusiasmo generale).

La carta vincente di quest’ultima storyline risiede però nelle new entry rappresentate da Maya Hawke e Priah Ferguson. La prima è la figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke e colpisce da subito per l’incredibile spontaneità, il fascino già maturo e quell’aura da diva classica, che si renderà protagonista anche di un ribaltamento non scontato del classico stereotipo da teen drama (di cui non vi vogliamo svelare la natura); la seconda è invece un’entrata a gamba tesa nel complesso meccanismo di disvelamento della propria identità, motore di quel processo di sdoganamento della figura “nerd” iniziato parecchi anni fa e portato alla ribalta già da un prodotto facilmente commestibile come The Big Bang Theory.

Last but not least, c’è l’impalcatura principale: l’ambientazione nel più classico e riconoscibile dei centri commerciali, il mall, centro nevralgico della nuova ondata pop anni Ottanta e simbolo d’accentramento di una cultura del consumismo dai livelli ormai completamente saturi. Così come risulta poi curioso e paradossale che una celebrazione della cultura della sala cinematografica passata – vediamo omaggi diretti del pubblico in sala per Romero e Zemeckis (Ritorno al futuro uscì il 3 luglio 1985) – arrivi da un prodotto globalmente visibile in streaming, un segno incontrovertibile dell’inevitabile passaggio del tempo, ma anche un ribadire l’importanza della sala, per i due creatori, e come questa risulti ancor oggi fondamentale per una condivisione più genuina da preservare assolutamente. Come quelle partite a Dungeons & Dragons che Will vorrebbe ancora disperatamente giocare assieme ai compagni di sempre.

22 Luglio 2019
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