Recensioni
John Hughes
Sixteen Candles - Un compleanno da ricordare
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Cecilia Strazza
- 16 Aprile 2020

Nell’estate del 1983 un appena trentatreenne John Hughes inizia le riprese del suo primo film da regista. Fino ad allora si era occupato esclusivamente di sceneggiature: tra queste ricordiamo alcuni celebri titoli come Riunione di classe (1982), Mister Mamma (1983) e National Lampoon’s Vacation (1983). Ed è grazie al successo di questi ultimi che Hughes firma un contratto con Universal Pictures, accordo che gli avrebbe permesso di lavorare e girare a Chicago, la città della sua adolescenza. Ai provini per il ruolo di Samantha Baker, la protagonista di Sixteen Candles, si presentano sia Molly Ringwald – che poi avrebbe ottenuto la parte – sia Ally Sheedy, entrambe protagoniste del film successivo di Hughes, Breakfast Club (1985). Si racconta che il regista scrisse la sceneggiatura in un paio di giorni, a cavallo dell’Independence Day, semplicemente ispirandosi a una fotografia dell’allora quindicenne Ringwald, senza averla mai incontrata. Costato soltanto 6.5 milioni di dollari, Sixteen Candles debutta nelle sale americane il 4 maggio 1984 registrando un incasso totale di 23.686.027 milioni di dollari, durante quella che fu una stagione piuttosto vivace per il cinema: nello stesso anno, infatti, uscivano Ghostbusters, Beverly Hills Cop, Indiana Jones e il tempio maledetto, Gremlins, Karate Kid e Footloose.
Ringwald interpreta Samantha, che Hughes riprende subito intenta a guardarsi allo specchio mentre parla al telefono con un’amica: compie sedici anni, l’obiettivo dei teenager americani che si avviano a diventare formalmente adulti. Nella cultura made in USA, infatti, il sedicesimo compleanno taglia il traguardo del coming of age, ovvero il passaggio d’età che potrebbe portare alcune esperienze fondamentali nella vita di un adolescente, come il diploma scolastico o la perdita della verginità. La sua stanza è ricoperta di rosa e ha al centro uno specchio, un oggetto nel quale Sam ripone sia le sue aspettative di cambiamento fisico – un aumento di seno che non si realizza – sia un continuo misurarsi con il suo corpo, quindi con ciò che la rende viva. O meglio, presente nella società cui appartiene.
Mentre scorrono gli opening credit, un montage, ritmato dalla musica dei Kanjagoogoo, evidenzia i gesti quotidiani, il look e gli atteggiamenti dei ragazzi che popolano il secondo luogo per eccellenza del teen movie, il liceo. Si tratta di una sequenza esemplificativa del cinema di Hughes e del suo modo di riprendere i ragazzi: la cinepresa difatti è sempre ad altezza di teenager; perché se è vero che il regista potrebbe non aver rappresentato tutti gli adolescenti, bisogna riconoscere che i suoi film sono stati realizzati ad altezza del loro sguardo, apprezzando le loro esperienze e non sfruttandole banalmente. Sixteen Candles è dunque ambientato per metà in una scuola superiore. Timothy Shary, in Generation Multiplex: The Image Of Youth In Contemporary American Cinema, afferma che lo School Film è il più identificabile tra i sottogeneri del teen movie, poiché ambientato in un luogo dove l’adolescente costruisce la propria educazione e uno status sociale in continua evoluzione immerso tra generi, razze e classi sociali differenti. Al liceo impara a edificare la propria identità, combatte per essere accettato dai coetanei e attirare l’attenzione su di sé, nel rispetto dei valori che delineano i contorni del luogo fisico e mentale: l’aspetto, il carattere, la situazione economica familiare, le capacità sportive.
E tutto questo avviene nell’ampia parentesi dell’istruzione secondaria, dagli anni della Middle School – brillantemente raccontati in tono grottesco da Fuga dalla scuola media (1996) – fino al raggiungimento della maturità. Anche nella commedia nera di Todd Solondz, premiata al Sundance Film Festival, esiste un forte rapporto di corrispondenze tra casa e scuola, luoghi di formazione in cui si realizzano le stesse dinamiche comportamentali tra soggetti attivi e passivi: da una parte l’irritante autorità adulta, costituita da genitori, presidi e professori, dall’altra le vittime del “sistema”, preadolescenti e adolescenti, maturi abbastanza per avvertire il peso del giudizio. Questa netta divisione, suggerita dalla metafora del luogo, ha lasciato spazio per interessanti riflessioni di stampo politico, ed è sempre Shary a spiegarlo, affermando che la presidenza del repubblicano Ronald Reagan ha instillato nelle coscienze giovanili un atteggiamento di negazione dell’autorità – poi espresso meglio da Hughes in Breakfast Club e Una pazza giornata di vacanza – contrariamente a quanto accadeva durante gli anni democratici di Jimmy Carter, leader ecologista e antirazzista. Per questo in Sixteen Candles, come nei successivi episodi cinematografici di genere, il “dove” non è un fattore secondario, anzi, definisce il “modo” in cui i protagonisti agiscono, i confini socio-culturali delle loro motivazioni, si tratta di un piccolo universo indipendente governato da leggi proprie.
«Da giovane puoi rimandare al futuro i grandi quesiti della vita e ti concentri sui problemi di ogni giorno. Quando sei un teenager, ogni delusione, anche piccola, diventa una tragedia: succede qualcosa e colpisce profondamente». Molly Ringwald apostrofò così l’esperienza vissuta dal suo personaggio in Sixteen Candles, una vicenda condivisibile da tutto il pubblico, almeno secondo il suo autore John Hughes: «Volevo che il film fosse realistico, che parlasse di cosa provano i ragazzi a quell’età e di cosa significhi avere sedici anni. Ridi dei problemi di Sam perché ci sei passato anche tu. Sei un sopravvissuto». E per Samantha, aver compiuto sedici anni significa fare i conti con un immaginario di prospettive future irrealizzate: a scuola le cose non migliorano e ancora nessun accompagnatore galante per il ballo di fine anno. D’altronde, a quell’età esiste delusione maggiore di vedere un seno ancora troppo piccolo, di non ricevere alcun regalo, o peggio d’essere ignorate dal ragazzo di cui si è segretamente innamorate?
Nei film di John Hughes, in particolare in Sixteen Candles, si affronta quindi con leggerezza e intelligente ironia la delicatissima questione dell’esperienza di un teenager durante la sua permanenza a scuola. Samantha ha appena compiuto sedici anni, i genitori dimenticano che è il suo compleanno, desidera Jake Ryan ma non ha i numeri per piacergli, e il suo unico pretendente è una matricola petulante, Ted detto “Geek”. Niente potrebbe andare peggio di così, il dramma è reale, non c’è tragedia più considerevole di questa, non c’è ferita più profonda da meritare la nostra attenzione nell’istante in cui il film inizia, nel caos della dimenticanza e poi nel dolore di essere ignorati. Dietro un intreccio assai semplice e una risoluzione finale con il prevedibile happy ending, la pellicola spiega l’evoluzione del concetto di esistenza all’interno di uno spazio, la scuola, dove il suo significato assume toni assoluti, esasperando quindi l’atteggiamento infantile di quei teenager che si appellano alla necessità di essere visti. Esistere, non essere, come suggerisce la stessa etimologia del termine: dal latino ex sistere, ossia “avere l’essere da un altro esterno a sé”. Nel giorno della sua immaginaria consacrazione, Samantha si scopre invece trasparente agli occhi di chi la circonda, invisibile secondo tutti i parametri riconosciuti da un teenager.
Un esempio di ciò è rappresentato dalla sequenza del ballo, un evento sociale dal peso imprescindibile nell’esperienza scolastica, in cui Samantha è pericolosamente esposta al giudizio collettivo, passando dalla totale invisibilità alla massima esposizione. Ricordiamoci che nell’immaginario USA il prom rappresenta un evento di celebrazione e autoaffermazione molto comune nella vita degli studenti, dove all’opportunità di ritrovo sociale corrisponde lo sfogo o l’occultamento della propria personalità. Pertanto c’è chi resta, sperando di trovare l’amore, e chi fugge via. Nella palestra adibita a pista da ballo, mentre gli studenti danzano intorno ai ragazzi da parete (i cosiddetti “wallflower” , cioè coloro che durante le feste restano appoggiati al muro come tappezzeria) che timidi si limitano a osservarli, fa il suo ingresso Samantha con un amica: «Chissà se Jake è qui», «Non è salutare stare in ansia per qualcuno che neanche ti conosce», si dicono le due. Quella che segue è una classica situazione del cinema adolescenziale abbinata a una colonna sonora perfetta, la hit True degli Spandau Ballet: al volto sognante e invidioso di Samantha si contrappone quello di Jake Ryan, che danza stringendo la fidanzata bionda al centro della pista, finché per un istante lo sguardo della ragazza incrocia quello del ragazzo, senza che né l’uno né l’altra proferisca parola.
Dopo aver rintracciato il problema dell’esistenza focalizzandoci sulla sequenza del ballo scolastico, ci sembra opportuno individuare quello che per il cinema teen in generale è un concetto indispensabile: la costruzione dell’identità. A quest’ossessiva e naturale ricerca di se stessi, John Hughes, insieme ai registi che si sono avventurati nel genere, associa quello che Timothy Shary chiama “Il mestiere di essere popolari”, uno dei fenomeni scaturiti dalle lotte adolescenziali per la sopravvivenza nella società americana. Stare al mondo per un teenager significa essere un “oggetto esistente” attraverso l’emulazione (conformismo), la consacrazione (popolarità) e la ribellione (anticonformismo), attirando così l’attenzione dei coetanei e delle famiglie. Ma tornando alla voglia di essere vista di Samantha, ella ha un unico, grande scopo: fare breccia nel cuore di Jake Ryan e annullare quello stato di invisibilità circoscritta al giorno del suo agognato sedicesimo compleanno. L’innocenza di un percorso sentimentale che culmina con la piena accettazione di sé diventa un epilogo dalla tenerezza pronunciata, e laddove graverebbe una severa critica all’inconsistenza morale dei suoi problemi, il regista tende le mani in un abbraccio consolatorio tipico dei padri, oppure degli amici, che hanno compreso il valore di un piccolo successo.
Con il passare del tempo, quest’atteggiamento accomodante ha progressivamente abbandonato il teen movie, i registi sono diventati aggressivi, scettici e sprezzanti sulla moralità degli adolescenti, fagocitati da un sistema sempre più esigente; l’America di Beverly Hills 90210 sotterrava definitivamente il sogno della generazione Brat Pack, offrendo al pubblico di riferimento un nuovo modello giovanile smaliziato, perspicace, sessualmente attivo al contrario dei pudichi ragazzi di Hughes. A Hollywood, negli anni duemila, diversi film hanno riletto i topòi classici dell’adolescenza con uno spirito più cinico e disincantato, ed è curioso constatare come nella maggioranza di questi siano sempre le ragazze ad avere un ruolo dominante, avvalorando quella tesi secondo cui, anche in un’epoca di evidenti progressi culturali e sociali, le donne debbano lottare più degli uomini per farsi spazio nel mondo. In questo delicato passaggio di consegne cambia anche il concetto di identità e accettazione, nel modo in cui i teenager, soprattutto di sesso femminile, costruiscono se stessi: attraverso il bieco conformismo, come mostrato in Mean Girls (2004), attraverso una dannosa ricerca della popolarità, quella raccontata in Easy Girl (2010), sincero omaggio alle pellicole dello stesso Hughes, oppure attraverso un fortissimo desiderio di ribellione, ed è il caso de Il giardino delle vergini suicide.
Questo immaginario cinematografico avrà pure mutato l’aspetto e assecondato la visione dei nuovi registi, spingendosi verso aree estreme e audaci, come dimostrato da Larry Clark e il suo discepolo Harmony Korine nelle pellicole Kids (1995) e Spring Breakers (2013), tuttavia John Hughes resta il padre del genere, un “filofoso dell’adolescenza” al quale si deve la rappresentazione più fedele e sincera dei ragazzi appartenenti alla classe media americana. Sixteen Candles, il suo esordio dietro la macchina da presa e prima vera incursione nel mondo dei teenager dopo Riunione di classe (1982), ne è già una perfetta testimonianza. Pur nella sua prevedibilità, il finale disteso risolve un intreccio narrativo che Hughes aveva aggrovigliato intorno al tema dell’esistenza: l’invisibile Samantha Baker, dimenticata dal mondo, viene vista da Jake Ryan. E così, ottenuta l’approvazione a distanza del padre, sale a bordo di un’auto rossa fiammante senza timore. Una torta di compleanno e il ragazzo dei suoi sogni potrebbero averle regalato il migliore dei compleanni.
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