Recensioni

6.5

Life is what happens to you while you’re busy making other plans
Beautiful Boy (Darling Boy)

“La vita è ciò che ti accade mentre stai facendo altri piani”. Come dire che quel che conta non sono le scelte, ma gli incidenti. Ed è proprio per incidente che Double Fantasy si è trovato ad essere quello che non voleva e non avrebbe certo dovuto essere: un album finale – e, per questo, investito di una rilevanza e di un successo, anche commerciale, inaspettati. Nonché di un significato assoluto, che nel 2020, a quarant’anni dalla pubblicazione (e a ottanta dalla nascita della metà maschile che lo ha inciso), risuona se possibile ancora più forte, con rara violenza emotiva. Certo, chiamare “incidente” quello che è occorso a John Lennon la sera dell’8 dicembre 1980 è un filino riduttivo. Ma così è stato, nella sostanza, per tutti – e per quest’album in particolare.

Con l’inevitabile senno del poi, questa ennesima (doppia) ballata di John & Yoko ha finito per diventare un drammatico, scioccante, definitivo e inappellabile deragliamento da un sentiero sino a quel momento piuttosto tranquillo e sicuro, magari un po’ blando e anche – sì, diciamolo – piuttosto prevedibile. Tutt’altro che una long and winding road, la carriera del Lennon da solo: a parte la formidabile e tellurica implosione primordiale di John Lennon / Plastic Ono Band, seguita dalla versione ecumenica ed accettabile di quel disco (Imagine), i fasti assoluti del decennio precedente sono rimasti quasi sempre un ricordo lontano; certo, al netto della title track Mind Games è sì leggerino ma non (almeno, non tutto) da buttare, e non mancano guizzi nemmeno all’alcolico e disperato (e ingiustamente poco considerato, a parere di chi scrive) Walls And Bridges – quello che in realtà è stato l’ultimo vero album di John, ché Rock And Roll non conta (anche se è un bel sentire) e il nostro Double Fantasy è, nella forma e nella sostanza, un album di coppia – come Some Time In New York City, il (giustamente) vituperato e scarsetto album dei LenOno in America.

Che poi, a pensarci bene, John non aveva iniziato a distaccarsi dalla sua band proprio insieme a Yoko? Cosa erano i primi tre LP sperimentali su Zapple e l’invenzione della Plastic Ono Band se non un’emanazione della coppia? Siamo insomma sicuri di poter pensare a una carriera solista in senso assoluto, dal momento che la musa-moglie-mother è stata sempre di fatto presente (anche nella sua drammatica assenza, come nel succitato Walls And Bridges) in dischi e canzoni a partire da metà 1968? Con Double Fantasy, John era tornato dalla lunga pausa domestica di cinque anni – la storia dovreste conoscerla – non solo per dire che sì, c’era ancora e aveva intenzione di prendersi in mano gli anni ’80, ma per ribadire che… non c’è John senza Yoko. E che (forse) non c’è Yoko senza John. Che fosse lei la parte forte della coppia era (è) cosa arcinota. Lo dimostra, forse più di tutto, il perdurante mito della strega ammaliatrice venuta da lontano a corrompere l’ingenua rockstar rovinandola per sempre; comunque sia, anche al netto di ciò, siamo convinti che la sua indipendenza totale come donna e artista trasudi senza sforzo e limpidamente dalla sua opera e dalla sua biografia. E pazienza se occorre ancora ribadirlo nel 2020, ma tant’è. In fondo, se oggi possiamo sostenerlo, è largamente grazie all’amore di un marito che si batté ad ogni occasione per lasciar emergere quella donna e quell’artista, anche a scapito di fama ed immagine.

Anche nel caso in oggetto, è stato John a volere che il suo attesissimo comeback record fosse ad ogni costo insieme a Yoko, trovando nel lungimirante David Geffen l’unico discografico ad accettare incondizionatamente e nel guru dei Record Plant Studios di New York, Jack Douglas (già con lui ai tempi di Imagine in veste di fonico, nonché dietro i grandi successi di Aerosmith e Cheap Trick), il produttore giusto per il suono che aveva(no) in testa. Che sarebbe, per forza di cose, (anche) la new wave di quegli anni: non è un mistero l’apprezzamento di Lennon per gli allora coevi Pretenders e B-52’s (meritevoli di avere “sdoganato” il vocalismo avant della Ono), ma alla fine le cose prendono una piega diversa. Dopo alcune session infruttuose proprio con metà Cheap Trick nelle persone di Rick Nielsen e Bun E. Carlos (da cui sono emerse, anni dopo, intriganti versioni in carta vetrata di I’m Losing You e I’m Moving On), viene assemblato un dream team di super turnisti (tra cui spiccano un contenutissimo Tony Levin pre-Crimson e i chitarristi Earl Slick, illustre axeman di Bowie, e Hugh McCraken, che qualche anno addietro aveva rischiato di entrare a far parte dei… Wings – vedi tu l’ironia), all’insegna di un’asettica e leccata professionalità adult-pop-rock; niente a che vedere con gente della pasta di Bobby Keys, Jim Keltner, Nicky Hopkins, Klaus Voorman e Jesse Ed Davis – sessionmen anch’essi, certo, che però avevano dato alle precedenti prove in studio di Lennon un colore e un sapore autentici, dove adesso sembra tutto ripulito ed impacchettato per le frequenze FM. La produzione ultra-levigata, caramellosa e pomposa di Douglas non ha aiutato, e nemmeno l’aver provato a metterci una pezza pubblicando nel 2010 un remix “duro e puro” titolato opportunamente Stripped Down non ha cambiato di molto la storia (se vuoi suonare come i Cheap Trick, devi far suonare i Cheap Trick, non togliere orpelli e coretti).

Così Double Fantasy finisce per restare stilisticamente imbrigliato nelle sue ingenue ambizioni, un dialogo serrato e schizofrenico tra due visioni musicali la cui complementarietà non riesce ad emergere come dovrebbe. Da un lato la nostalgia rétro e il classicismo di Lennon, tra i fifties di (Just Like) Starting Over (dedicata a Gene Vincent, Elvis Presley e Buddy Holly) e Dear Yoko (Bo Diddley avvolto in una pelliccia di zucchero filato), le autocitazioni di Watching The Wheels e Woman, rispettivamente una Imagine accelerata e una Here There And Everywhere scippata a Paul e riscritta come peana universale all’”altra metà del cielo” – e a Yoko, ovviamente), passando per gli standard rock di Cleanup Time e I’m Losing You, con la steel drum caraibica della pur dolcissima Beautiful Boy a concedere l’unico tocco di esotismo e avventura. Dall’altro lato i guizzi spigolosi avant-pop della Ono, che con l’orgasmica (letteralmente) Kiss Kiss Kiss, Give Me Something e Every Man Has A Woman Who Loves Him riesce a dare una propria versione credibile della new wave, concedendosi comunque maggiori digressioni stilistiche rispetto al consorte (il jazz di Yes, I’m Your Angel – di fatto, una ripresa con un testo diverso dello standard del 1928 Makin’ Whoopee; il gospel di Hard Times Are Over, l’ombrosa ballad dal sapore – ma và – nipponico Beautiful Boys).

Insomma, stiamo forse insinuando che Double Fantasy – non fosse per quell’“incidente” di cui sopra – sarebbe stato trampolino di lancio di una possibile e imminente affermazione pop-wave della Ono a scapito – o con la complicità – del coniuge (che ci fosse una chiara volontà in merito lo dimostra il fatto che, il pomeriggio del giorno in cui incontrò il suo destino, Lennon lavorò a Walking On Thin Ice)? Sì, di fatto lo è stato, se consideriamo i consensi postumi di Season Of Glass, che nel 1981 scalò le classifiche sull’onda dello choc collettivo e di quella famosa copertina con gli occhiali insanguinati; ma anche quella è forse stata una conseguenza dell’“incidente”(o forse no, se è vero che Yoko è assurta da almeno vent’anni a somma divinità dell’universo indie americano dai Sonic Youth in giù, celebratissima da tributi, collaborazioni, remix e raccolte, nonostante il defunto marito e con più di un aiuto dal beautiful boy Sean).

La verità è che Double Fantasy, in sé, non è proprio quello che si dice un grande disco. Non lo sosteniamo noi: le recensioni scritte prima dell’8 dicembre 1980 erano per la maggior parte impietose, al punto che la pubblicazione di alcune fu bloccata subito dopo l’“incidente”. E no, non solo per gli aspetti puramente musicali o artistici. Ai media i LenOno non sono mai piaciuti. Mai. Altro che Brangelina o – perdonateci! – Ferragnez: sono stati la coppia vip più odiata di sempre. Come si permettevano, dall’alto dei loro milioni – la famosa e torrenziale intervista di Playboy pubblicata in promozione al disco insiste, morbosamente, su aspetti specifici della loro ricchezza – a pontificare sul mondo, sulla pace, sull’amore? Una storia vecchia almeno di dieci anni, da quando facevano le conferenze stampa a letto infilati dentro un sacco. E adesso, chi erano per spiattellarci in faccia, anzi nelle orecchie – senza che nessuno gliel’avesse chiesto! – la loro vita privata, il loro rapporto, le loro personalità, le loro vittorie e le loro sconfitte, l’essere diventati un uomo e una donna di quarant’anni con un vissuto pesante alle spalle e un nuovo decennio da affrontare con l’ingenuo ottimismo che solo dei fottuti hippy artistoidi presuntuosi milionari finto-intellettuali possono permettersi?

Eppure.

Eppure, sfidiamo chiunque a non sentirsi toccato da queste canzoni, ieri come oggi. Sarebbe bello riuscire ad ascoltare Beautiful Boy, Starting Over o Woman senza commuoversi, senza pensare al destino del suo autore (tu chiamalo, se vuoi, effetto Blackstar). A chi non sarebbe piaciuto vedere Double Fantasy, i suoi pregi e difetti, come la tappa di un percorso – un nuovo inizio, come voleva essere – e non come la sua conclusione? E però, come è bello che abbia fotografato Lennon – l’inventore di Instagram, Facebook e Twitter prima ancora che esistessero: lui lo faceva con le canzoni – nel suo momento più sereno e felice? Bastano, per capirlo, quei quattro rintocchi che aprono l’album, un’eco distante delle gravose campane a morto che aprivano dieci anni prima Plastic Ono Band: leggeri, distanti, eterei. Non bisogna essere dei quarantenni appagati come la persona che le ha scritte per sentire cosa comunicano queste canzoni (anche se aiuta, tocca confessare).

Comunicare: John Winston Lennon sapeva farlo, come nessun altro. E sa ancora farlo. Ecco perché oggi, in questo disgraziato 2020, nel suo riscoprire la semplicità degli affetti familiari e della vita domestica, le piccole cose di ogni giorno (perfino l’elogio della pigrizia di Watching The Wheels), questo disco può avere un altro e più forte significato. E, pensando all’“incidente”, diventare un memento per la nostra fragilità e fallibilità. Non è il disco più bello di Lennon (e della Ono), e non è nemmeno il suo disco più onesto. È – forse – entrambe le cose. O lo sarà, chissà.

La vita è ciò che ti accade mentre stai facendo altri piani. Vale anche per i dischi.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette