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Ha ventitré anni e una voce poderosa, graffiante, da vero soulman d’altri tempi: John Newman è un ragazzone di Settle, North Yorkshire, alto circa due metri, che si è imposto all’attenzione del grande pubblico grazie a due collaborazioni con i Rudimental (Feel The Love, che ha raggiunto il primo posto in patria, e Not Giving In, con la partecipazione di Alex Clare) e con uno dei singoli più irresistibili dell’intero 2013, Love Me Again, che per un attimo ha fatto immaginare ai non più giovanissimi che cosa potrebbe accadere se i Fine Young Cannibals si decidessero a tornare in studio portandosi dietro Mark Ronson. Un successo, quello dell’esordiente inglese, tutt’altro che scontato vista la nutrita e agguerrita concorrenza di conterranei con il soul nell’anima: la lista di competitor è lunga, e va da Joss Stone a Rebecca Ferguson, fino a Maverick Sabre, senza dimenticare per strada il rapper Plan B. Newman, insieme a Steve Booker (vincitore di un Ivor Novello Award per aver composto Mercy di Duffy), Mike Spencer (produttore di hit come Spinning Around di Kylie Minogue e Runaway dei Jamiroquai, nonché co-autore di Heaven di Emeli Sandé) e Ant Whiting (M.I.A.) ha scelto di puntare tutto su canzoni accattivanti, spesso con un notevole potenziale anthemico, che al tempo stesso suonano moderne e impregnate delle più nobili influenze Motown e northern soul. Si gioca a carte scoperte sin dall’introduzione della title-track, che però oltre ad Ike e Tina Turner e Gloria Jones, non dimentica Elvis Presley e i Kings of Leon, a dimostrazione della varietà degli ascolti del cantante.

Tribute, come il “precedente illustre” 21 di Adele, è un disco che parla di sentimenti e nasce dall’esigenza di raccontare in musica la fine di una storia d’amore. Eppure non c’è spazio per l’autocommiserazione, e c’è un solo episodio che potremmo definire intimista (Out of My Head, l’unico che si accosta senza forzature allo stile dell’interprete di Someone Like You e Chasing Pavements), mentre il resto del lavoro esorcizza l’amarezza e il malessere mettendolo al servizio del ritmo e delle melodie, con sezioni di fiati, percussioni, cori, archi e vivaci arpeggi pianistici. Sarebbe fuorviante schedare Newman come un artista retrò che si rivolge agli orfani di Amy Winehouse – sebbene sia facile pensarlo, all’inizio -, perché è molto di più: non c’è solo la nostalgia per il rhythm ‘n blues di Otis Redding e dei Temptations nelle undici canzoni del lavoro (che diventano quattordici nella consigliata edizione deluxe), ma anche quelle felici commistioni tra musica disco e piano house che tanta fortuna portarono vent’anni fa agli M People (non risulta difficile immaginare proprio la grintosa Heather Small alle prese con Try). Se i primi Simply Red o i FYC di Roland Gift puntavano sul delicato connubio tra il recupero del soul e del blues e precisi messaggi politici (She’ll Have To Go dei primi, Blue dei secondi), qui si sceglie di non giocare la carta del commento sociale e di farsi forza unicamente su materiale autografo, piuttosto che cercare il colpaccio con la cover indovinata.

John Newman dimostra di possedere il passepartout per entrare nel cuore del teenager, così come del trentenne-quarantenne, specie in episodi appassionati come Easy e Running (con sonorità non troppo dissimili da quelle sfoggiate in Daddy della Sandé e di Naughty Boy); Eg White non è della partita, eppure c’è il suo marchio di fabbrica nel singolo Cheating e in Gold Dust, brano che non sfigurerebbe nel repertorio di Tiziano Ferro (che sia possibile un duetto bilingue tra i due?). Ascoltando con attenzione, ci si accorge persino di un accenno leggero di No Son Of Mine dei Genesis nel coro di Goodnight Goodbye, altro gioiello scintillante della collezione. Eppure non c’è confusione, nulla è messo a casaccio in scaletta: il disco è omogeneo, solido, un vero tour de force privo di veri e propri riempitivi, che non si regge sulla forza di sole due o tre canzoni come troppo spesso accade nel mondo del pop. Debutto che convince e conquista, pur non inventando nulla di nuovo, Tribute è il frutto di un team che, con intelligenza, neppure si accontenta di seguire alla lettera le stanche indicazioni del “manuale della hit perfetta”. Sorprende di rado, ma quando ci riesce lascia il segno. Non resta che imparare ad amarlo.

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