Recensioni

Nel mondo odierno, fatto di binge-watching e piattaforme streaming con serie che puntualmente vengono diffuse in blocco di stagione in stagione, l’americana HBO punta ancora su una programmazione tradizionale, spingendo sempre più l’acceleratore su prodotti di qualità assolutamente invidiabile, in primis andando a ingaggiare volti noti dello star-system, autori di comprovata professionalità e investendo su concept tanto affascinanti quanto appetibili per una vasta frangia di pubblico. Che i vertici di HBO puntassero su Westworld per il dopo Game of Thrones era evidente fin dalla prima stagione, quella dei record e senza alcun dubbio la più riuscita finora per come impostava una narrazione mai farraginosa nonostante la complessità di fondo e il suo suo essere così spettacolare dal punto di vista dell’azione messa in campo (nonostante le scene davvero action si potessero contare sulle dita di una mano). Queste premesse erano state ampliate a dismisura fino a raggiungere la dimensione fuori controllo di una seconda stagione fin troppo ingarbugliata su se stessa, tale da rendere necessaria una mezza corsa ai ripari. Jonathan Nolan e Lisa Joy hanno quindi asciugato notevolmente il loro labirinto narrativo rendendolo più chiaro allo spettatore e inquadrandolo all’interno di uno schema che saremmo portati a definire carpenteriano: il regista di cult come Distretto 13, 1997: fuga da New York e La cosa, è noto per la costruzione narrativa dei suoi lavori mutuata da pellicole come Un dollaro d’onore (Howard Hawks è il preferito di Carpenter), quelle in cui i protagonisti si trovano a dover sbrogliare una data situazione precostituita e fare quadrato insieme.

Lo schema di Westworld 3 in definitva è tutto qui: la realtà è controllata da un sofisticatissimo sistema di intelligenza artificiale per cui il destino di ogni abitante del pianeta è abilmente predetto e controllato; chiunque costituisca un’anomalia deve essere eliminato dall’equazione. Proprio come in Carpenter, eroi e cattivi si confondono più volte nel corso della narrazione (anzi non ci sono né gli uni né gli altri) fino alla resa dei conti finale, che non per forza sarà risolutiva (il rimando in questo caso è alla quarta stagione). Della costruzione dei singoli episodi abbiamo già ampiamente parlato nel nostro commento a corredo di ogni uscita settimanale, soffermandoci più sul contenuto che sulla forma. Quest’ultima, infatti, nonostante un comparto tecnico all’avanguardia capace di regalare visioni accattivanti e suggestive, risulta tuttavia indebolita da una regia non sempre all’altezza e spesso e volentieri impossibilitata a raggiungere quanto si era prefissata (specialmente nel finale si ha la sensazione che si sia tirato il freno a mano sul budget, vedasi le scene nel trambusto metropolitano).

Dopo una prima parte di ferro, dove ogni sceneggiatura serviva a posizionare abilmente i pezzi sulla scacchiera, nella seconda Westworld 3 non è riuscita a mantenere quelle premesse, risolvendosi nella solita reiterazione di concetti già espressi al meglio nella prima stagione e rendendo semmai evidente come la componente action (tanto ricercata per accaparrarsi un’altra buona fetta di pubblico) in realtà si sposi poco con una serie che ha fondato la sua essenza nel suo giocare con le suggestioni di stampo filosofico. Nonostante il modello di riferimento rimanga la trilogia di Matrix, è chiaro che sia Nolan che Joy non posseggono lo stesso grado di follia visionaria delle Wachowski, che nel loro capolavoro riuscivano a condensare mille teorie, mille religioni, mille suggestioni in un unico calderone con una semplicità, una progressione e una cura da allora mai più viste né sul grande né sul piccolo schermo. Insomma, in questa terza stagione pre-annunciata come un rinnovamento completo in realtà di nuovo abbiamo visto ben poco, mentre il risultato è più simile a uno snaturamento complessivo e un appiattimento dell’interesse legato ai personaggi (anche da parte degli stessi autori, salvo le solite eccezioni).

Questo non significa che Westworld sia arrivata al capolinea, anzi; sarebbe meglio fare mente locale sui propri punti di forza e concentrarsi maggiormente su quelli, che al pubblico piaccia oppure no.

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