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    12
    2018

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Nonesuch

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Uno degli sforzi maggiori di un compositore è quello di dare spazio alle diversi voci che emergono all’interno di una composizione. E questo è maggiormente vero in quelle più lunghe e complesse della classica, dove le suddette hanno spazio per mettersi a fuoco e svilupparsi, dialogando tra loro, reagendo per contrasti o sostituzioni, variazioni e combinatoria, fino a rendere possibile una narrativa articolata, stratificata e mutevole che non è possibile (o è molto difficile raggiungere) in altri generi musicali. Se pensiamo alla musica da film, agli original score, le voci possono diventare portatrici di emozioni, stati d’animo, modi di essere dei personaggi stessi, o comunque elementi fondamentali nel determinare il tono del film stesso. Le grandi colonne sonore non sono tappeti musicali scontati che riempiono gli spazi sonori della pellicola, ma veri e propri “attori” della narrazione, al pari della scenografia, della fotografia o della recitazione. Provate a immaginare i film di Sergio Leone senza le musiche di Ennio Morricone2001: Odissea nello spazio senza  György Ligeti: non sarebbero per forza dei film più brutti, ma sarebbero dei film sicuramente diversi.

Questa lunga premessa per arrivare a scrivere dell’ultima fatica del chitarrista dei Radiohead, che per la quarta volta di fila collabora con Paul Thomas Anderson, un regista che ha sempre utilizzato la musica (e le voci delle composizioni) per ricavare tocchi essenziali ai propri scopi narrativi. In Phantom Thread questo connubio raggiunge una maturità e una completezza davvero piene. Registrato con una orchestra di una sessantina di elementi, la colonna sonora risulta più una lunga suite che non un insieme di brani. C’è, cioè, quella unità di tessitura e una coesione che fanno rientrare in tutto e per tutto l’album in una dimensione che lo rende grandemente fruibile anche senza il supporto delle immagini, anche se probabilmente troverà il suo massimo grado di espressione al cinema.

Impregnata di Novecento, pare per precisa richiesta di un Anderson che tende a entrare molto in dialogo con Greenwood, Phantom Thread ha però un sapore complessivo barocco. Accanto ai rimandi popolareschi del Britten anni Cinquanta, gli orditi dei violini che ricordano un altro compositore inglese, Elgar, ci troviamo dentro un preciso rimando alla linea BachVivaldi, di cui, per sua stessa ammissione, Greenwood è un grande appassionato. Ecco quindi che anche i momenti meno melodici conservano sempre un lirismo barocco che fa quadrare il precario e delicato equilibrio tra orecchiabilità e ricercatezza. I dialoghi tra le varie voci, i rimandi ad arie popolari che rendono perfettamente il tono da Secondo Dopoguerra (epoca in cui è ambientato il film) e la cura delle esecuzioni fanno di Phantom Thread il migliore lavoro di Greenwood per il cinema (e probabilmente il suo migliore in assoluto lontano dalla band): ambizioso, coeso, equilibrato, ricercato e fruibile allo stesso tempo, e giustamente candidato alla statuetta per la miglior colonna sonora.

23 febbraio 2018
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