• Giu
    08
    2018

Album

Cooking Vinyl UK, FAMM Limited

Add to Flipboard Magazine.

Era decisamente atteso, e non solo nei circuiti dell’r’n’b contemporaneo ma anche all’interno dell’universo pop di tendenza, l’album di debutto della giovanissima inglese Jorja Smith, classe 1997, proveniente dalle West Midlands. La ragazza, un po’ come per il caso Kali Uchis – di cui parla approfonditamente Edoardo Bridda nella recensione dell’album Isolation – è cresciuta a pane e soul, con in testa il mito di Amy Winehouse (in un’intervista a The Cut racconta di aver adorato l’album Frank) e il desiderio, nato durante gli anni scolastici, di fare della passione per il canto un motivo di vita. E le potenzialità di certo non le mancano, sia in fase vocale che in quella di scrittura dei testi. Così nel 2016, dopo aver pubblicato su Soundcloud il pezzo Blue Lights, Jorja Smith comincia a essere contattata dai nomi che contano. Le scrivono Stormzy, Skrillex, poi Drake si innamora del brano Where Did I Go e le chiede di partecipare all’album More Life, fino al settembre 2017, quando, dopo aver pubblicato assieme al producer Preditah l’uptempo pop-soul-d’n’b On My Mind, Kendrick Lamar chiama la Nostra a co-curare la scrittura del brano I AM per la colonna sonora di Black Panther. In più, nello stesso anno la Nostra ottiene una nomination ai BRITs Critic Choice Award. Facile comprendere come Jorja Smith, al suo esordio sulla lunga distanza, sia più di una promessa dell’r’n’b contemporaneo.

Il disco, pubblicato da FARM, contiene pezzi scritti dalla Smith durante l’adolescenza, in un periodo compreso tra i 16 e 20 anni, in cui i tormenti adolescenziali ribollono nel cuore di una ragazza e si risolvono progressivamente con la maturità. Quasi un racconto di formazione il suo, in cui agli sguardi interiori si uniscono interessanti scorci sui temi della discriminazione razziale (Blue Lights) che Jorja, da figlia di un emigrato giamaicano, ha affrontano sulla propria pelle durante gli anni scolastici. Sensibilità politica e sociale che si riversa anche sull’argomento migranti: «If there’s a reason we can stay afloat / Why do we watch them drown?» – si ascolta nell’ottima Lifeboats (Freestyle), un pezzo tra r’n’b e neo soul a là Erykah Badu dove la Nostra si cimenta con successo con segmenti rap e cambi di tonalità. Ed è la sua voce, raffinata, pulita, elegante, a spiccare nel lavoro che, invece, pecca di piattezza e poca originalità in fase di produzione e di arrangiamento.

Dispiace, infatti, che pezzi come On My Mind, con quel sub-strato di percussioni jungle, o Let Me Down, dove la sua voce non sfigura nel duetto con Stormzy, non siano stati inclusi nel lavoro per lasciare spazio a produzioni di r’n’b fin troppo classico. Qualità e appeal – basti ascoltare una suadente February 3rd per farsi un’idea – ci sono e si sentono, eppure se in cabina di regia avessero maggiormente osato su un suono più coraggioso e urban Lost & Found avrebbe lasciato decisamente il segno.

10 Giugno 2018
Leggi tutto
Precedente
Snail Mail – Lush
Successivo
Joan of Arc – 1984

album

artista

Altre notizie suggerite