• Apr
    06
    2018

Album

Virgin

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Kali Uchis e Alessia Cara sono soltanto due delle popstar statunitensi come canadesi nate nei ’90 ad avere origini extra-continentali. La prima all’anagrafe fa Karly-Marina Loaiza ed è colombiana, la seconda ha il padre calabrese, e se vogliamo allargarci un attimo un’altra che va a segno in classifica, Camila Cabello (del ’97), è cubana, alla faccia di Trump e delle becere ideologie su muri, sul potere bianco e sul patriarcato. Retorica a parte, se il sesso e il colore della pelle producono ancor oggi annose discriminazioni e violenze, il posto nel quale sei nato (o dal quale provengono i tuoi genitori e avi) ha assunto un’importanza sempre più sfumata. Gli input primari, ovvero la cultura che ti sei fatto durante l’adolescenza, sono passati dalle TV prima ancora che dai banchi di scuola. All’epoca dei Jesus & Mary Chain c’era il tubo catodico, mentre già alla nascita di queste ragazze gli schermi sono già belli piatti con tutto lo streaming di file e di video a imperversare nel mezzo. Cambia il medium ma non l’andazzo.

Parliamo della Uchis in questa sede che, come la Cara, è cresciuta provando allo specchio i pezzi (e anche le acconciature) di Amy Winehouse buonanima, ma anche delle Destiny’s Child e dunque di Beyoncé, di Rihanna, Lauryn Hill, Janet Jackson ecc, ma parliamo anche di un’artista che ha saputo trovare la propria voce all’interno di quello che chiamiamo nu soul ma che in verità è ormai largamente percepito come (nuovo) classico, ovvero come qualcosa di altrettanto confortevolmente prevedibile quanto il metal, l’hip hop degli anni ’80 o il grunge degli anni ’90. Scadere nei cliché facendo questo tipo di musica oggi non è solo facile, ma quasi inevitabile nel momento in cui non si scelgono le più avventurose strade elettroniche (e dunque hi-tech); questi del resto sono i rischi calcolati di un mestiere e di una missione in musica che quasi sempre in questi casi risponde al più basale degli appetiti, quello di recapitare hit, intrattenendo e dando nel frattempo buona prova di sé anche con l’immagine.

Al tavolo da gioco la Uchis arriva con tutto un corredo 60s kennediano fatto di acconciature Shangri-Las e Ronettes, il minimo necessario per bypassare il poppettino con i sintetizzatori in overdrive. E la cosa non passa affatto inosservata: a Snoop Dog l’onore di averla lanciata per primo (e occhio a come Tyler lo imita nella so 90s After The Storm), ed un’altra che le affinità elettive con la colombiana le ha colte al volo è Lana Del Rey, che l’ha voluta come opener del suo LA to the Moon tour (e la traccia di riferimento è Flight 22). E giù per il secolo scorso, a livello di influenze dichiarate, la ragazza cita Ella Fitzgerald, Billie Holiday e altri santini amywinehouseiani che sono poi il contorno di un talento che dall’EP del Por Vida a questo album lungo Isolation ha saputo circondarsi della crema in fatto di produzione contemporanea. Rispetto a quanto fatto in precedenza, saltano DiploKaytranada, ma ritroviamo BadBadNotGood e, tra i tanti altri, c’è senz’altro da citare quella vecchia marmotta di Damon Albarn che restituisce il favore di lei su Humanz (la Uchis compariva nel brano She’s My Collar su quel disco), quel portento di Thundercat, il britannico Two Inch Punch che avevamo già apprezzato per il lavoro lavoro con Jessie Ware, il sodale di Frank Ocean, Om’Mas Keith, quel Sitek che basta il cognome (Tv On The Radio), il professionista della hit per conto di Drake Dj Dahi e potremmo continuare ancora a lungo. Insomma, una bella, variegata quanto navigata (è il caso di dirlo), ciurma di professionisti che sono soltanto una faccia della ricca medaglia che è la produzione di questo disco, l’altra è rappresentata dai featurer che sono ancor di più, troppi da citare. Spiccano prezzemolo Tyler The Creator e William Earl “Bootsy” Collins (c’è anche Kevin Parker dei Tame Impala) ma questa non sarebbe altro che l’ennesima lista della spesa per gli acquisti all’ultimo piano della Rinascente di Milano se non ci fossero il piglio, l’estro e il gusto melodico di Kali che attraversano le 15 stanze di questa splendida villa con invidiabile passione e disinvoltura. La crew, a sua volta, ha svolto un ottimo lavoro: ha posizionato la struttura in modo strategico: di giorno entrano i raggi di Los Angeles (Gotta Get Up), di notte le pareti vengono illuminate dalla luna di Manchester (il giochetto di riferimenti cucitole addosso da Albarn in In My Dreams). All’interno i design sono ancor più sofisticati (l’arrangiamento orchestrato di Flight 22), tanti oggetti che si piazzano al largo del discorso retrofuturista (che ne abbiamo anche piene le scatole) e che spezzano le coordinate spazio temporali, ci confondono sotto le lenti di un esotismo universale.

Rispetto a quanto il titolo del disco possa suggerire, ci troviamo in un non luogo dove il meridiano dei Caraibi s’irradia un po’ ovunque, dove la parte felina di Janet Jackson (Tomorrow) dialoga con le trovate più outer hip hop degli Outkast (Just A Stranger, After The Storm, Feel Like a Fool). Tanti gli abiti che scivolano sulle curve della Uchis, che rimedia alla mancanza di smash hit controbilanciando con strofe/bridge degne di una ammaliante sirena. Del resto è la naturalezza con la quale canto e arrangiamento entrano in contatto con l’ascoltatore la chiave di un disco che, andandolo a scandagliare per bene, si rivela un affare anche sofisticato e intellettuale, eppure si presenta come materia da maestri profumieri. Lungi dalla Uchis fare l’artista concettuale dunque, o praticare dell’attivismo glamour o applicare sofisticati discorsi performativi: basta vedersi i videoclip (o ascoltare la storia dal punto di vista degli immigrati di Miami – che cita Kanye e Kim) per capirlo. Come, d’altro canto, non c’è traccia di androidi, macchine fluttuanti e (afro)futurismi à la Janelle Monáe (che è maestra in questo) o Tinashe (arrivata a rimorchio e male) da queste parti. E sta qui il mezzo miracolo dell’album: suonare classico e avere il carattere per diventarlo, con autorevolezza.

3 Maggio 2018
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