Recensioni

Programmato inizialmente per la fine di novembre, No Harm Done arriva a sorpresa sul finire dell’estate, aggiungendo otto nuove perle alla collana di canzoni messa insieme dalla cantautrice del Colorado in venti anni tondi di carriera. Ma non siamo nelle lande gitane del dittico spagnolo di Anda Jaleo (2010) e Perlas (2012). Da queste due (delle) vette della sua produzione, la Foster ha preferito instradarsi verso atmosfere più raccolte ed intime, mettendo da parte grandi band in favore di album più intimi. Spesso ha incentrato molte sue composizioni tanto sulla parola, quanto sul ben noto virtuosismo vocale: succedeva già da quell’I’m a Dreamer del 2013 (altra vetta del catalogo), che riprendeva poesie di Emily Dickinson e di Federico Garcia Lorca.
Proprio il disco del 2013 sembra l’accostamento più naturale per questo disco numero diciassette: una crepuscolarità infusa di sensuale devozione che si adagia come un manto quasi psichedelico sulle otto tracce che lo compongono. Si passa dal caldo country di The Wheel of Fortune, che parla di destino, alla sensuale ballad Love Letter intessuta di pedal steel guitar (il fedele Matthew Schneider), passando per quella che verrebbe da definire dance hall in slow motion in How Come, Honeycomb? e la filastrocca in fingerpicking Leonine. Ma colpisce la circolarità quasi rituale della conclusiva Old Saw, che segna un congedo ebbro da un disco coeso e omogeneo che conferma, ce ne fosse stato bisogno, il talento fuori dal comune di Josephine Foster.
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