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6.7

Ci può essere qualcosa di più fuori moda della musica di Josephine Foster? In tempi in cui dettano legge manifestazioni mediaticamente “rumorose” come il Primavera Festival e dove, per farsi conoscere, conta forse più un buon tag contenuto nel titolo di un brano rispetto al brano stesso, la musicista del Colorado continua a sfornare album che farebbero impallidire qualsiasi esperto di marketing. Proporre al pubblico dischi come I’m A Dreamer (2013, una splendida raccolta di ballad folk in bilico tra Nashville e le nuvole) non deve essere stata una passeggiata, e ancor meno facile deve essere stato chiedere attenzione per episodi dai timbri gitani/andalusi come Perlas (2012) o Anda Jaleo (2010) – li trovate entrambi in ascolto qui.

Eppure Josephine è rispettata più o meno a tutte le latitudini giornalistiche, partendo da Pitchfork fino ad arrivare al ben più serioso The Wire. La ragione è da ricercare non solo nelle scelte coraggiose o nel timbro vocale unico della voce – frutto di studi operistici giovanili – ma soprattutto nella capacità di creare, per ogni nuovo disco, incroci semantici in cui far convivere catarsi, virtuosismo, intimità, ricerca musicale e poesia – in senso figurato ma anche reale, come dimostra il Graphic As A Star (2010) dedicato ad alcuni componimenti di Emily Dickinson. Universi concentrati e inclusivi che appassionano, nonostante un ambito stilistico di riferimento generalmente noto (in un mondo ormai lontano e profondamente differente, avremmo potuto accostarlo a quello di una Joan Baez).

La parola è da sempre il centro dell’universo della Foster, e il nuovo No More Lamps In The Morning ne è ulteriore prova. In scaletta ritroviamo sei brani ripresi da vecchi album – The Garden of Earthly Delights, Timbleful Of Milk e Second Sight arrivano da This Coming Gladness, Blue Roses e Magenta risalgono a I’m A Dreamer e la title track è in realtà una vecchia canzone della band in cui militava la Foster a inizio Duemila, ovvero i Born Heller – e una My Dove, My Beautiful One su testo di James Joyce, tutti riarrangiati in una veste minimale grazie a chitarra classica, chitarra portoghese e violoncello.

Il mood è quello giusto, ovvero uno scenario folk in cui la Nostra riesce a veicolare alla perfezione le mille sfumature della sua voce e delle rime, ma anche il più lineare e forse scontato che ci si potesse attendere. Tutto il programma fila via che è un piacere, coerente con melodie che, proprio perché strumentalmente denudate, spiccano ancora di più, lavorando di cesello sui testi e sui gorgheggi. Eppure nelle riletture contenute nell’album non v’è traccia di quella obliquità nell’approccio che abbiamo sempre riconosciuto all’artista in passato (anche nei dischi più acustici) e che in alcune versioni originali dei brani qui riproposti – ad esempio, The Garden of Earthly Delights – emergeva in maniera prepotente. No More Lamps In The Morning, insomma, è un esercizio di stile fascinoso, perfezionato, ma forse non imprescindibile.

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