• feb
    24
    2015

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Universal

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Jovanotti dopo essere stato su lidi dance, torna al suo miscuglio di sentimenti nazionalpopolari, di ballad e singoli, confezionando un album lunghissimo: trenta canzoni che con la loro varietà di stili ricordano molto Lorenzo 1997 – L’albero, la bomba che ha segnato molta parte degli anni Novanta del pop italiano (Bella, Questa è la mia casa).

Per evitare la banale ripetizione di quanto già detto, Lorenzo cerca con la sua estetica pop di dire ancora qualcosa sulla crisi, confeziona testi perfetti per i quarantenni, ma anche per i ventenni che non sanno cosa farsene del pezzo di carta in mano e traguardano con lo sguardo i patri confini. Un ottimismo che cerca di risolvere lo stallo con un buonismo sì pop, ma confezionato a puntino. Sarà banale probabilmente per chi vuole cercare un “messaggio più profondo”, ma quando Lorenzo si mette a declamare i suoi slogan è imbattibile (Il mondo è tuo), o quando scrive le sue canzoni d’amore così dirette è difficile non ricordarle dopo due passaggi, grazie anche a un lavoro eccellente per quanto riguarda gli arrangiamenti.

Dopo così tanti dischi Jovanotti riesce a stare in piedi, senza tornare a San Remo, senza reunion con gli amici di una volta, rimanendo fedele a se stesso, al suo mondo e anche al nuovo (vedi la neonata Jova TV o la collaborazione con Vasco Brondi de Le luci della centrale elettrica in L’estate addosso). Due anni di lavoro, in studi diversi, nel Village a New York (il mitico Electric Lady Studios), a Cortona, Milano, Parigi e Los Angeles.

Gli ingredienti spaziano fra dance (il primo singolo Sabato, Tutto acceso), ballad (Le storie vere, Ragazza magica), world (Caravan Story), pop (L’alba, Musica) e hip-hop. L’atteggiamento assomiglia a quello di Matteo Renzi (di cui Jova è un supporter): anche il performer dice e non dice, parla per slogan e tag facili da ricordare, usa le infografiche 2.0 per la presentazione del disco. Non è un male, dato che sono proprio queste parole “semplicemente costruite” che forgiano l’atmosfera da piccolo classico del lungo doppio.

Jovanotti è l’Italia di oggi, ed è stato quella di ieri. I suoi esordi negli anni ’80 sembravano effimeri (il teenager Gino Latino col cappello da cow boy e Pippo Baudo che lo guardava dall’alto in basso) e invece oggi è ancora qui, cresciuto, con moglie e figli e problemi da risolvere. Un artista che si trasforma con il passare del tempo, oggi giustamente rivolto ai sentimenti, cercando di rivoluzionare l’intimo più che il pubblico (nel disco a ben vedere c’è pure qualche accenno di “protesta”, ma è minimo).

In questo senso i versi più azzeccati sono: «Ho cercato di capirci qualcosa / ascoltando milioni di opinioni / ma mi sembra che nemmeno gli esperti / sappiano fare previsioni» (nell’afrobeat di Melagioco con il feat. degli Antibalas). Come a dire, ok, abbiamo cercato di essere contro, di cambiare il mondo, ma ora che abbiamo più di quarant’anni abbiamo capito che la questione non è così semplice: cerchiamo almeno di venire fuori dalla crisi partendo da noi stessi e dai nostri amori. Echi di Sunshine Reggae in Si alza il vento (titolo che ricorda il canto della resistenza Fischia il vento), dove si dice un’altra cosa su questa generazione, con il mood melò di Luca Carboni: «Quelle cose che ci diciamo e poi lasciamo perdere / per esempio provare veramente a fare quello che volevi».

Volenti o nolenti, Jovanotti dice sempre qualcosa di cui dobbiamo tener conto. Un cantore leggero, che si muove liquido su questi tempi senza tempo, su queste nostre vite velocissime, fatte di attimi da valorizzare con canzoni da mandare a memoria. Da sentire, non solo con le orecchie.

25 febbraio 2015
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