• Dic
    01
    2017

Album

Universal

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Un pezzo come Mi Fido di Te mi ha sempre infastidito: sarà per il giretto di chitarra rubato a Californication dei Red Hot Chili Peppers, sarà per l’estenuante piattezza interpretativa del Jova, sarà per l’immancabile ritornello insopportabilmente zuccheroso. Sarà quel che sarà, ma l’altra sera stavo guardando X Factor (ormai i tempi in cui scrivevo di etichette indipendenti e gruppi black metal sconosciuti sono un lontano ricordo) e il buon Enrico Nigiotti ha eseguito una cover proprio del pezzo del cherubo nazional(popolar)e. Il nuovo pupillo di Mara Maionchi è un patatone coatto tanto ingenuo quanto sincero e innegabilmente talentuoso, e la sua reinterpretazione (o stravolgimento) di Mi Fido di Te è stata la miglior versione che io abbia mai sentito di un pezzo di Jovanotti. Scarnificata, minimale, forse un po’ troppo carica di pathos ma infinitamente più emozionante e modulata dell’originale. Il pezzo quindi c’era, sotteso, e va dato merito al buon Nigiotti di averlo portato alla luce alla sua maniera. Tutto questo per dire che Jovanotti non è per forza il minchione per cui spesso è fin troppo facile farlo passare, che non sia uno sprovveduto è evidente anche solo dal fatto che dopo tutti questi anni lui sia ancora qui, restando in piedi a riempire gli stadi sostanzialmente da solo.

Non che sia un mostro parlando di profondità di scrittura, ci mancherebbe. Diciamo che qualche melodia negli anni l’ha azzeccata eccome, e la sua poetica è sempre stata pop nel senso più ampio – e non necessariamente lusinghiero – del termine. Il suo pacioso e stilosamente cencioso bimbo pascoliano è l’anestetico ai dolori della vita reale, che si rifugia in un buonismo (ancora una volta) nostalgicamente 80’s travestito da (finto) alternativo a suon di hip hop (una volta) e furbi ammiccamenti ad ideologie sinistroidi ormai ampiamente sbiadite. Jova è il palliativo nazional popolare che riempie gli stadi crogiolandosi in un vagheggiato ottimismo proto-renziano, fatto di sole, cuore e amore sussurrati con una tale disarmante sincerità che sei quasi portato a credergli. Che fossero serenate rap oppure ormai ammuffiti retaggi rockisti vascorossiani (La Mia Moto), fascinazioni electro-pop e tarde riprese di una mai sopita sideway di dj-ing (Ora) oppure le solite accozzaglie di ballad melense e singoloni plasticosi (vedi l’ultimo, prolisso Lorenzo 2015 CC).

Con Oh!, Vita! sembrava volesse giocarsi la carta dell’auto-dietrologia: dentro Rick Rubin alla produzione e via con un singolo (la title-track) che ha fatto immediatamente le gioie di quelli che anelavano un ritorno del “vero” Jova: strofe rappate come una volta, immancabile pletora di riferimenti e citazionismi che va sempre bene, e solito ritornello positivista. Non va neanche male, la patina old school funziona onestamente e Lorenzo mostra anche un buono smalto nel flow rispolverato per l’occasione; magari si potevano evitare improbabili eccessi fetish come lo scratch buttato lì un po’ a caso con un effetto quasi museale, come a dire «oh c’è Rick Rubin, yo, Beastie Boys e Run-DMC, quanto ci manca la prima Def Jam». Vabbè, se ne faceva anche a meno. Se questa doveva essere la chiave del disco, comunque, ci potevo anche stare. Voglio dire, resta una paraculata ma è sempre meglio delle solite ballatone finte naive col cuore in mano sotto le stelle e le tasche piene di sassi, e se solo sapessi sussulterei. Invece siamo ancora esattamente lì, la solita vomitevole melassa di buoni sentimenti che “abbracciami forte ti voglio bene a te ci tengo”. Magari le Canzoni sotto sotto ci sarebbero anche (Ragazzini per Strada), ma affogate nello sciroppo d’acero come sono danno solo fastidio. A questo punto aspettiamo che arrivi un altro Nigiotti a salvarle.

In sostanza è tutto contenuto in Sbagliato (nomen omen?): le ricercate sgrammaticature («ma però») che fanno un po’ tenerezza e un po’ giramento di palle, perché lui non è laureato ma può insegnare ad Harvard (ipse dixit), tipo quelli che su Facebook mettono “ha studiato presso Università della Vita”. Si credono simpatici, ma che schiaffi sul viso. Il tasso di poesia non si scolla mai da robe improponibili come «ci innamoriamo come dei magneti, e gravitiamo come dei pianeti», fate vobis. Va un po’ meglio quando si va su blues acustico e story-telling (Quello che Intendevi), ma poi arrivano indigesti polpettoni electro-orchestrali più impegnati(vi) come Navigare. Il disastro completo è quando gioca con l’autotune e il saccarosio (ancora più del solito) come in Amoremio, ma soprattutto quando con SBAM! arriva un aberrante Frankenstein di reggae pop, poghi EDM e zarrate da Trasformers prese in prestito da Skrillex e brosteppaglia varia, fuori tempo massimo da almeno un lustro.

Inaspettatamente, in fondo arriva il colpo di coda: Fame sembra una cover electro-hh di Jin-Go-Lo-Ba di Santana (che poi a sua volta non era di Santana, ma questa è un’altra storia), con un sample che pare lo score di Goosebumps (la serie) e in cui il Jova torna a rappare come nella title-track. Forse un po’ pleonastica (oltre 8 minuti), ma ad averne. Con un disco di pezzi tutti come il primo e l’ultimo avrebbe fatto la gioia dei nostalgici e sarebbe stata un’operazione sì autoindulgente, ma quantomeno lecita. Purtroppo invece la glicemia lievita e il coraggio latita (ancora una volta). Peccato.

1 Dicembre 2017
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