Recensioni

Quando nel 1993 Jurassic Park approdò nelle sale di tutto il mondo, fu come un fulmine a ciel sereno. Steven Spielberg, allora reduce dal successo di Hook – Capitan Uncino, aveva appena terminato le riprese sofferte e quasi agonizzanti per lui di Schindler’s List, che sarebbe poi uscito a fine anno, e si preparava dunque a una svolta clamorosa per la sua carriera che gli avrebbe poi fruttato il primo Oscar alla regia e al miglior film; tuttavia, nei mesi precedenti l’uscita del dramma sull’olocausto, il regista volle tentare l’ennesimo azzardo, affascinato più che mai dai progressivi miglioramenti della computer grafica, specialmente quella avanzata della Industrial Light & Magic dell’amico George Lucas. Proprio come Lo squalo aveva sancito l’inizio della fine per la New Hollywood, aprendo la strada ai grandi blockbuster d’autore, Jurassic Park segnò il solco che separa l’era attuale della cinematografia mondiale da quella precedente, fungendo da ponte tra due ere distinte: quella del cinema prettamente analogico e l’era digitale, della CGI. Gli incassi diedero ragione al regista: più di 900 milioni di dollari e il primato della storia del cinema (che sarebbe stato battuto solamente dall’avvento del Titanic di James Cameron).
Ciò che funzionò davvero nella prima pellicola di quello che sarebbe diventato un mastodontico franchise, fu lo sbalorditivo utilizzo di tecniche ed effettistiche all’avanguardia, sposato perfettamente a quel tipico sense of wonder del cinema spielberghiano. Tolto tutto questo, rimane comunque un godibile film d’avventura con personaggi accattivanti, ma non certo memorabili o ben strutturati. Difetto di sceneggiatura che venne evidenziato ulteriormente con l’uscita del secondo capitolo, Il mondo perduto – Jurassic Park, sempre diretto da Spielberg. La resa finale di quest’ultimo, dove il regista ancora una volta si divise per lavorare anche al contemporaneo Amistad, servì a chiarire quanto affascinante fosse l’assunto di partenza del prodotto, ma anche quanto quest’ultimo si esaurisse praticamente del tutto al termine della prima pellicola.
Giunti con un grande balzo al 2018, siamo di fronte alla quinta installazione del franchise, rinato – se così vogliamo dire – al cinema grazie all’enorme successo commerciale del Jurassic World, scritto e diretto da Colin Trevorrow, con ancora Spielberg in qualità di padrino (produttore) dell’operazione. Il fallimento critico de Il mondo perduto, infatti, non scoraggiò la produzione di un terzo capitolo (Jurassic Park III), ma dovranno passare ben 12 anni per l’arrivo del film successivo. E perché non realizzarlo in piena epoca revival? Il successo – di pubblico – è servito, e poco importa che la trama non stia in piedi, che i personaggi siano squadrettati e bidimensionali a livelli quasi imbarazzanti, che i villain agiscano praticamente contro ogni logica (ripensandoci, erano tutti elementi negativi già presenti nel primo memorabile capitolo).
In Jurassic World – Il Regno Distrutto c’è di nuovo tutto questo (compreso un ritorno posticcio di Jeff Goldblum), ma se non altro il film ha il merito di osare un pelino di più del predecessore in termini di messa in scena: Juan Antonio Bayona (dopo il discreto Sette minuti dopo la mezzanotte) accentua ulteriormente la componente horror della saga, regalando alcuni tocchi virtuosi e momenti carichi di tensione; in più, dopo una prima parte rocambolesca e in pieno adventure style sull’Isla Nublar, concentra l’intera trama all’interno delle mura della magione di Benjamin Lockwood (ex-socio del padre fondatore del parco John Hammond), rendendo il tutto squisitamente artigianale. In più, la colonna sonora di Michael Giacchino fa un passo avanti rispetto al suo stesso citazionismo sterile nel precedente capitolo e intensifica i momenti più riusciti di un film creato ad arte per essere uguale ai precedenti ed offrire lo stesso genere di meraviglia, stupore e perfino orrore alle nuove generazioni di appassionati. Il finale, ovviamente aperto, rimanda a un sesto capitolo in cui si spera verrà approfondito anche il tema della clonazione umana, introdotto in maniera imbarazzante in questo film e magicamente dimenticato da tutti i personaggi in campo.
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