Recensioni
Juçara Marçal/Thomas Harres/Kiko Dinucci
ABISMU
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Christian Panzano
- 30 Dicembre 2015

43 minuti di sana improvvisazione. Noioso? E ci credo, con un minutaggio del genere chi ce la farebbe? Specie se le interazioni fra i vari strumenti (in questo caso chitarra, voce, grida, batteria, percussioni ed elettronica) risultano poco credibili, prive di forza. Solitamente la validità di prodotti del genere rischia il cestinaggio dopo una dozzina di minuti scarsi. Quanti, dietro il ripetersi spastico di pattern, celano pura incompetenza?
Non è stato il caso di ABISMU. Una matrioska concettuale, un progetto nel progetto, potremmo dire, perchè ispirato da Pulso, sorta di jam session o brainstorming dell’indie brasiliano convocato nella torretta a due piani del Red Bull di Sao Paolo, da anni polo culturale per la metropoli, in diversi momenti sparsi tra giugno e luglio di quest’anno. Marçal, Dinucci e Harres sono stati tra i protagonisti di Pulso, progetto nato con l’intento di dare forma ad un nuovo suono e ad un contenitore futuristico (auguri vivissimi!), e hanno deciso, visti i trascorsi in comune in svariate line up/happening/serate alcoliche, di partorire in separata sede un progetto di estemporanea violenza sonora come ABISMU. Il nome, per chi ha voglia di avventurarsi nel da noi europei misconosciuto (ahimè) mondo della cultura brasiliana, trae spunto da una pellicola datata 1977 del cineasta Rogério Sganzerla, autore di rottura comunicativa, dai registri sarcastici e dall’hard/noir facile.
La one take dei tre non manca certo di spregiudicatezza, proprio come avrebbe voluto Rogèrio, specie nel mix di generi, inflessioni, linguaggi messi sul piatto. Il percussionismo insistente, circolare, volutamente caustico, noisy e tuttavia ricco di dettagli cromatici di Thomas Harres (abile inoltre a trasportare queste sue destrezze su un’elettronica molto combat), la polifonia vocale di Juçara Marçal, cantante dal tratto comunitario (Metà Metà, Rodrigo Campos) e sperimentale (Cadu Tenorio), che spazia con disinvoltura fra free, popular, afro-mediterranei e rock senza perdere il senso delle forme, la virulenza impro noise delle corde (meglio dire della chitarra) di Dinucci creano linee d’intreccio spesse (dal 35mo minuto in poi inizia l’escalation), che schiacciano il naso al subwoofer, squarciano il nero notturno con tagli concreti e vistosi. L’idea di assalto alla baionetta tipico dell’impro noise non viene mai meno, ma è una brutalità mitigata, c’è da evidenziarlo, dalla soavità del canto, dalle note allungate, dagli echi magistralmente graduati.
È doloroso dirlo, ma il situazionismo che sorregge questo tipo di meeting, diciamo semi casuali, è la filosofia vincente per quello che si vuole fare. Cose così, a sentirle a manetta, perdono di significato, è tempo perso. Neanche il tempo di versarle nel decanter e sono già evaporate. Ma prima che inizi il processo chimico ci sentiamo di dire che è stato un bel condividere, certamente un bel sentire.
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