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Arriva al secondo album uno dei progetti solisti, quello più elettrico e turbinoso, più massiccio e dopato, del siciliano Gioele Valenti, precedentemente noto come Herself e attivo dal 2011 anche con il duo The Lay Lamas, uno dei primi act a gettarsi nella psichedelia più contaminata e sincretica, anticipando di poco la rinnovata attenzione per questi suoni. Non a caso il nuovo capitolo dell’avventura a nome JuJu esce per un’etichetta che è davvero un faro per i suoni più lisergici: non è neanche la prima volta, poi, che l’inglese Fuzz Club pesca nel territorio italiano, avendo nel suo roster già Gluts e Sonic Jesus (entrambi autori, soprattutto i primi, di interessanti opere, uscite sempre in questo 2017).

Our Mother Was a Plant è un disco che segna l’approdo per Gioele a una nuova consapevolezza artistica, più completa e concentrata, nonostante le innumerevoli ed eterogenee sfumature: le otto tracce, realizzate in quasi totale autarchia se si esclude la partecipazione del mascherato Capra Informis (il percussionista dei nordici colleghi Goat) si pregiano infatti di un wall-of-sound avvolgente e centrifugo, dove s’incontrano e si fondono kraut-rock psichedelico e funk torrenziale degno dello Sly Stone più riottoso, fittissime nebbie shoegaze e atmosfere giustamente mediterranee, blues luciferino e influenze africane (d’altronde, solo uno spazio nella sigla sociale lo distingue da uno dei più incendiari e rivoluzionari gruppi jazz del continente nero).

È una psichedelia sì coinvolgente e prepotentemente fisica, ma anche profondamente spirituale, quasi panica, quella proposta in Our Mother Was a Plant: come sottolineato metaforicamente anche dal titolo stesso, veniamo tutti dalla stessa Natura, e la riscoperta delle nostre radici è uno strumento per affrontare le miserie del quotidiano. Questo sophomore-album ce lo ricorda nella maniera più sensuale e trascinante possibile.

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