• ott
    26
    2018

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Domino

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Fin dall’opener Turn the Light On è chiaro che l’atmosfera è diversa dal pop luminoso, per quanto arty e cerebrale, di Have You In My Wilderness: quattro minuti destrutturati e cacofonici senza nemmeno l’ombra della forma-canzone. E la sensazione si ripresenta a più riprese lungo l’ora e mezza di musica che l’artista californiana ha assemblato nella sua voliera. Ma accanto al significato letterale del titolo del nuovo album, c’è quello simbolico, preso in prestito dalla poestessa libanese-americana Etel Adnan («mi sono ritrovata in una voliera piena di uccelli urlanti), che colpisce Julia come una perfetta metafora dei tempi che stiamo vivendo, in cui una semplice melodia e una sola parola devono farsi strada tra il frastuono assordante generato da un rumore di fondo umano che non ti abbandona mai.

Con queste premesse, Aviary non poteva suonare come il lato B del disco del 2015, e doveva collocarsi altrove nel variegato spettro compositivo che Holter ci ha abituato a frequentare nel corso della sua carriera, giunta oramai al quinto album ufficiale. Le canzoni nascono così da improvvisazioni voce e synth sulle quali l’autrice torna a lavorare sia in solitaria, sia con l’apporto di un ensemble di strumenti classici: Dina Maccabee (violino), Andrew Tholl (viola), Devin Hoff (contrabbasso) e Corey Fogel (percussioni). Ma la voglia di dimenticare la freccia del tempo e comprimere il disco in una totale contemporaneità l’ha spinta anche a cercare Sarah Belle Reid e Tashi Wada perché contribuissero, rispettivamente, con trombe e cornamuse.

Ne esce un lavoro disomogeneo per necessità e calcolo, non per caso, in cui accanto a un inno medievaleggiante come I Would Rather See (che riporta ai profumi di Ekstasis) si posa una song voce e pianoforte In Garden’s Muteness: classica per come può reinterpretare la classicità Julia Holter, tipo Laurie Anderson che incontra Scott Walker, ma che ricorda in certi passaggi Robert Wyatt. Ci sono concessioni al pop avanguardista ma “commestibile” del recente passato, come I Shall Love 1 I Shall Love 2, che contrastano con gli effetti sulla voce utilizzati in una mini-suite dal sapore cameristico come Chaitius. Su tutto, come un ansimare irregolare, emergono i legami con la drone music e l’ambient che riescono in qualche modo a tenere unito il programma.

Non è un disco facile, richiede più ascolti per poter entrare definitivamente nel mondo sonoro che crea ad ogni play. Non è nemmeno un disco perfetto, e soffre soprattutto nella seconda parte, dove ogni tanto una monotonia un po’ fredda e cerebrale fa capolino. Eppure è un oggetto vivo, intrigante, intelligente, sul quale viene continuamente voglia di tornare per trovare un altro filo da seguire. Julia Holter ha deciso, se mai avesse avuto bisogno di ribadirlo, di battere i territori che la interessano, fregandosene altamente di seguire sentieri che ha già percorso, o facendolo sempre con un twist, un approccio leggermente diverso. Lo ha già fatto in passato, con risultati sempre notevoli, e con Aviary, nonostante i limiti, lo ha fatto di nuovo, in modo diverso, per certi versi inatteso, confermandosi come una delle compositrici più originali in circolazione.

27 Ottobre 2018
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