• set
    25
    2015

Album

Domino

Add to Flipboard Magazine.

La materia di un film non è solamente quella narrativa, la storia che si svolge, in un modo più o meno complicato, per raccontare qualcosa. Quella narrazione avviene in un mondo, a volte estremamente ben definito, altre volte più sfuggente, meno facile da afferrare. Julia Holter, nei mondi evocati dalle storie, ha sempre voluto abitarci, guardando da vicino questo o quel dettaglio, cambiando il punto di vista, scegliendo angolazioni diverse. Lo fa magistralmente in questo Have You In My Wilderness, che spinge più in alto che mai le quotazioni della musicista come songwriter. Non siamo più al cospetto di una personalità che sta formando la propria estetica e cercando la propria voce, ma di un’artista che sa cosa vuole e lo ottiene esattamente nel modo in cui lo ha immaginato.

Apparentemente, il quarto album propriamente detto di Julia Holter sembra la quintessenza della semplicità: premi play e ti sembra che sia sempre stato là, non che arrivi da Los Angeles nel 2015, ma che abbia sempre abitato il catalogo di un’oscura etichetta della Vecchia Europa o che si sia materializzato in un punto imprecisato della storia del Laurel Canyon. Prendete l’iniziale Feel You: dentro ci trovate tutto il pop Sixties dei dischi solisti di Scott Walker (un’ombra che si allunga per tutto il disco), con le sue aperture orchestrali positive e lo struggimento corale. Ma a ben ascoltare, scavando appena sotto la superficie, si tratta di un brano sghembo, non solo nell’andamento della musica, ma anche nell’abbondante uso di enjambement nei versi. Oppure prendete il country di Everytime Blues che si sdilinquisce a furia di violini da camera nel finale senza perdere la propria identità. O ancora la commistione tra Nico e l’ambient di una How Long in cui ti pare di vedere la Holter in un vestito lungo sul palco di un caffé di Vienna. Sono piccoli dettagli come questi che settano l’ambiente in cui le canzoni di Julia Holter si dipanano come brevi racconti/film che creano e disfano, nell’arco di pochi minuti, un intero mondo.

Già il precedente Loud City Song era un’emancipazione dal synth-pop registrato in totale autonomia del periodo precedente (di necessità virtù, lo si chiama lo-fi), con una vera e propria band di supporto, anche live, alle composizioni della Holter. Per questa nuova fatica, con la cabina di regia affidata a Cole Mardsen Greif-Neill (giro Ariel Pink), il passo verso una scrittura più aperta agli stimoli dei musicisti è ancora più deciso. Il materiale di partenza proviene da registrazioni-demo della stessa Holter, ma il lavoro sulle dieci canzoni è stato più collettivo. Il risultato è che mai come ora la musica ha una sua spazialità ben definita, qualcosa che la Holter ha tenuto in grande considerazione in prima persona, forse proprio a partire dagli studi di musica classica (con Michael Pisaro, tra gli altri). Ma questo non significa trovarsi di fronte a un disco di chamber pop classicheggiante. In fondo, le canzoni di Julia Holter, pur nella loro attitudine colta, rimangono pur sempre brani pop. Anzi, i più pop della sua carriera.

L’abitudine a lavorare con sovraincisioni, field recording ed elettronica è ancora ben presente (prendete l’assolo di sax della jazzata Vasquez: è realizzato dalla stessa Holter alle tastiere, e poi doppiato da sassofoni veri), ma si inserisce nella figura generale come uno degli elementi da usare a piacimento per raggiungere lo scopo. Si ascolti com’è stata trattata la voce: si passa dalla fragilità della linea vocale di Betsy On The Roof alla quasi ieraticità di How Long con enorme naturalezza. Il segreto sta nell’applicare strati su strati di effetti alla voce della Holter, ma senza che questo diventi un coup fine a se stesso. Tutt’altro, il lavoro di manipolazione e alterazione è sempre funzionale alla vita della canzone, alla strada che quella storia ha preso.

Il cordone ombelicale con il precedente disco, ispirato dal musical di Gigi, è Lucette Stranded On The Island, traccia ispirata a un racconto breve di Colette (Chance Acquintainces) che racconta un episodio della storia principale, ma da un altro punto di vista. Sul fronte sonoro qui, più che altrove, si sente il legame con Linda Perhacs e con la psichedelia folkeggiante che riemerge carsicamente lungo tutta la produzione della californiana. Attitudine letteraria, pluricitazionista, che si nota anche in una How Long ispirata agli scritti berlinesi di Christopher Isherwood e in mille piccoli dettagli, intangibles verrebbe da dire, che fanno sembrare ogni canzone come l’occhio curioso di una telecamera che segue il dipanarsi dei fatti musicali ed extra-musicali che compongono ognuna di queste dieci perle di pop contemporaneo, non sempre nella direzione che ci aspetteremmo seguisse. Sempre nella direzione giusta.

20 settembre 2015
Leggi tutto
Precedente
King Midas Sound, Fennesz – Edition 1 King Midas Sound, Fennesz – Edition 1
Successivo
Blank Realm – Illegals in Heaven Blank Realm – Illegals in Heaven

album

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite