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«L’unico modo di descrivere un’opera d’arte è fare un’opera d’arte», scrive Julian Schnabel (Lo scafandro e la farfalla) nelle note di regia di Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, lavoro che ripercorre gli ultimi giorni di Vincent Van Gogh traendo ispirazione da dipinti, avvenimenti realmente accaduti, altri semplicemente tramandati e mai verificati. Coerentemente, l’autore non gira un film sul pittore olandese ma un film di Van Gogh, come se fosse una lunga soggettiva sugli eventi che hanno caratterizzato la sua permanenza ad Ad Auvers-sur-Oise, la ricerca di nuovi orizzonti interpretativi e spirituali e la ricca produzione su tela, infine la morte che l’ha colto nel 1890 per cause sospette suggerita parafrasando il titolo.

La musica scompare di netto quando il flusso delle sue suggestioni viene brutalmente interrotto, così se i suoi occhi vedono giallo o fuori fuoco, anche l’immagine apparirà deformata; è un’operazione anomala rispetto al cinema di genere biografico tradizionale, che invece predilige il documento storico al punto di vista alterato della realtà, un atto di finzione anti-letterale e distorto in nome di quelle cose “vere” ma “non accadute”. Sullo schermo il paesaggio attende di essere risvegliato dalle pennellate del pittore e non c’è più distanza fra ciò che percepiamo come la mano del regista e ciò che sembra provenire dal tocco di Van Gogh; piuttosto le distese di girasoli appassiti (d’altronde sono i fiori che sentiva “suoi” perché legati ad una simile condizione di caducità e dipendenza dalla luce) come le stesse inquadrature sghembe e il montaggio perentorio corrispondono perfettamente a un’idea meno edulcorata della sua vita, dunque più adeguata al mezzo cinema.

Di fatto Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità non vuole essere un’opera biografica di passaggio, né raccolta di prove empiriche sui fenomeni che hanno reso il personaggio così celebre nel mondo, ma spettro del suo infinito visibile; unico modo di mettere in scena una personalità tanto complessa e piena di imperfezioni, come un dipinto che “somiglia ad una scultura”, dentro lo sguardo di chi dell’arte è essenza, non prodotto. Un bellissimo affresco che riflette negli occhi e le rughe di Willem Dafoe il lento dipanarsi della natura come prova evidente del paradiso in Terra.

3 Settembre 2018
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