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Ho sempre (deliberatamente) ignorato quali fossero o cosa rappresentassero i “quattro grandi punti” che davano il titolo a questo disco, IL disco probabilmente, di una delle formazioni che più ha spostato gli equilibri nel rock a cavallo tra secondo e terzo millennio; anzi, mi è sempre piaciuto immaginare il titolo come riferimento ai punti cardinali e, conseguentemente, come una sorta di indicazione delle molteplici direzioni che i suoni in esso contenuti potevano prendere (e avrebbero preso). Non ho però ignorato un paio di cose di questo disco. In primis la musica, ovviamente. Ovvero certi passaggi strumentali che sono in grado di ricordare a memoria a distanza di venti anni tondi e almeno un gigalione di canzoni ascoltate nel frattempo, come succede per l’intro a intreccio e il groove irresistibile di The Dexterity Of Luck, ad esempio, oppure per quella tromba triste che trancia la pastorale melanconica della conclusiva Air #17, o ancora il basso funkettoso che mantiene la barra dritta di Lifted Bells mentre tutto intorno implode di ipnosi e psicosi sonore.

L’altra cosa che non ho ignorato, nel senso che è ancora viva nei miei ricordi, è il primo live che vidi in quel del Brancaleone romano in una notte post-esame universitario di cui restano pochi ricordi ma tutti, ineluttabilmente fumosi, sfocati, sfasati. Cosa che poi ho inconsciamente sempre associato alla musica dei quattro, quasi fosse una caratteristica fondamentale di un suono che in realtà è sempre razionale, controllato, organizzato. Fumosi, perciò, nel senso di scontornati, sfocati nel senso di onirici, sfasati nel senso di diversi da molto se non tutto fosse giunto alle mie orecchie al tempo. Certo, il post-rock non è solo i June Of 44, ma anche i Tortoise, i Mogwai o quei Bark Psychosis per cui vuole la vulgata un imberbe Simon Reynolds abbia coniato in sede di recensione il famoso/famigerato termine. Eppure, per me i June Of 44, soprattutto di questo disco, “sono” il post-rock insieme solo ai Tortoise del quasi coevo Millions Now Living Will Never Die, con i primi leggermente da preferire proprio per l’accento posto più sul “rock” che sul post-. Per lo meno all’orecchio di un ascoltatore che si approcciava quasi vergine a certi suoni, a certe costruzioni, a certi incastri e rimandi; a certe architetture che sembrano frattali per quanto risultano naturali, eppure sono tutte scientemente costruite, strutturate con una evidente coerenza interna ma labili e affascinanti come una sorta di caos organizzato o di entropia razionalizzata.

All’interno delle discussioni tra i fan del gruppo dell’epoca c’è sempre stata questa grande divisione, tra chi li preferiva più grezzi e vicini alla missiva post-hardcore, e per loro il meglio è sempre stato Tropics And Meridians, e chi non ha mai avuto dubbi sulla superiorità di questa terza prova discografica, di gran lunga la meglio prodotta del lotto. Di tempo ne è passato da quelle discussioni – al punto che forse ci sarebbe da aprirne una su come sia invecchiato Anahata, ultimo album di Fred Erskine, Doug Sharin e co, quello in cui la formazione provava per l’ultima volta il colpo di coda aprendosi al jazz, al funk, alla world, smorzando i toni e puntando sul groove – e a cambiare, in questi venti anni che ci separano da Four Great Points, siamo stati non solo noi ascoltatori, ma i mezzi stessi per ascoltare musica e l’intera industria discografica. Eppure questi venti anni, che in realtà potrebbero essere anche il doppio o il triplo per il quantitativo di cose successe, non si sentono né si avvertono, tanta e tale è l’attualità di un disco che è realisticamente un “classico”. E che porta ancora, a tanti anni di distanza, il nostro cuore a battere un po’ più lentamente del solito.

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