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7.5

Per Damien Chazelle il viaggio sulla luna di Neil Armstrong non ricuce soltanto il pubblico con l’immaginario americano delle grandi imprese, ma descrive soprattutto le ferite di un uomo che affronta con ambizione e spirito di rivalsa l’esperienza del lutto. Partendo da questa idea, molto classica ma anche in controtendenza rispetto al canone hollywoodiano, il regista costruisce in First Man un percorso a due strade parallele che oscilla tra il dramma familiare e l’avventura cosmica, stilisticamente perfetto e musicalmente ancora più straordinario grazie al contributo di Justin Hurwitz: il compositore, premio Oscar per La La Land, restituisce al film il tessuto emotivo nella stessa maniera in cui il motivetto di City of Stars o le note jazz di Guy and Madeline on a park bench (l’esordio di Chazelle inedito in Italia) scandivano le fasi della storia e ne definivano gli accenti e la punteggiatura. Diventando sineddoche di un sentimento più grande e manifesto di ciò che l’autore intende comunicare.

La differenza tra la vicenda privata del protagonista e la cronaca dell’allunaggio diventa per Hurwitz l’occasione di fondere il suono tradizionale d’orchestra con quello sperimentale, utilizzando strumenti di mock-up per riprodurre melodie meccaniche o applicando strane distorsioni (soprattutto quando seguiamo l’astronauta durante i suoi test sulla Terra o nello spazio). Esempi di questo esercizio sono le tracce X-15 in apertura, Good Engineer, Another Egghed, Multi-Axis Trainer, First Dock, che in seguito verranno elaborate in note sempre più gravi (come in Searching For e Spin). L’inflessione più “umana” arriva con Karen, il brano con cui il compositore inizia a delineare il tema cardine della pellicola: l’elaborazione della perdita. Un leggerissimo arpeggio suggerisce allo spettatore i ricordi sfocati della figlia di Armstrong morta di polmonite nel 1962 (da qui il titolo), con la promessa – mantenuta – che vengano ripresi più tardi con una nuova consapevolezza; così Hurwitz, tenendo fede al susseguirsi di eventi, sviluppa da questa semplice armonia Armstrong Cabin, dove il suono si fa più vivido e sofferto, e Houston, sostenuto da una splendida epifania di archi e fiati. Su Docking Waltz invece, il premio Oscar lascia viaggiare l’estro e la fantasia muovendosi più dalle parti di La La Land, come segno di ricongiunzione a quel cinema classico che Chazelle non rifiuta ma traduce con linguaggi contemporanei.

Parlavamo del tema principale e della sua declinazione, ed ecco che Hurwitz inizia, con i brani I Oughta Be Getting Home e Contingency Statement, a sperimentare direttamente dalla melodia, apportando lievi distorsioni. In mezzo si segnala l’unica parentesi “cantata” di Whitey On The Moon, inno politico di protesta degli afroamericani contro gli sperperi economici degli  Stati Uniti nella guerra agli sputnik russi, mentre un altro risultato interessante è come risolve – musicalmente – il miraggio della Luna e l’atterraggio, attraverso bolle di vuoto e silenzio assoluto. Tutto confluisce nella traccia The Landing, la più lunga del disco e non è un caso, che è il trionfo del discorso stilistico di Hurwitz su First Man, la chiave di volta della colonna sonora, la marcia solenne che affaccia su una coda indimenticabile: prima Crater (ricordate quando dicevamo che l’arpeggio di Karen sarebbe tornato prepotente in futuro e che avrebbe riaperto la ferita?), poi Quarantine, chiusura sublime nell’incontro fra le mani e gli sguardi di Neil e Janet, con il battito che rallenta e i nodi che si sciolgono. Un posto agli Oscar 2019 è già prenotato.

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