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7.6

Di tanto in tanto residente a Bolinas, nel Nord della California, e con un mimetico retaggio indie pop alle spalle, Kaitlyn Aurelia Smith si è fatta conoscere innanzitutto per la sua expertise e passione per il Buchla per la quale è stata più volte citata su WIRE, chiamata ad eventi, festival e concerti, nonché apprezzata da addetti ai lavori al di qua come al di là dell’Atlantico. Rispetto a una storica dello strumento come Suzanne Ciani, che della sopracitata cittadina è di casa tutto l’anno e lo strumento lo ama unicamente nella sua veste modulare più ingombrante e vecchio stile (in un numero: 200e), alla Smith, come ai nostri Alessandro Cortini e Caterina Barbieri, non dispiace il portatile Buchla Music Easel, synth che accompagna la Nostra nei live e che probabilmente siede accanto al più tosto Buchla 100 con il quale ha composto i precedenti album – Euclid e EARSe soprattutto contribuito a Sunergy, disco nato dalla collaborazione proprio con la Ciani.

Nel nuovo The Kid il discorso evolve ulteriormente e in coerenza mantenendo sia i risvolti minimalisti alla Glass (in una versione rigorosamente elettronica) sia le ananas symphonie, i quarti mondi hasselliani, quel nitore tutto nipponico, fino a quel tratto canoro che ricorda anch’esso l’oriente e lo Zen ma può venir osservato come una sorta di versione androide/dissociata del soul e dell’r’n’b. Solitaria e totalmente immersa nei suoni organici che produce, Kaitlyn sembra una versione più ortodossa, o semplicemente alternativa, a Laurel Halo: la ricorda per l’utilizzo filtrato, distorto ed effettato della voce, per quel senso di gioco fattosi spettacolo magico e magnetico che è diventata la sua musica, per l’incastro sui ritmi (non sempre necessari) nonché per certi accenti jazz o per la scelta di temi o canovacci chiamati a guidare brani e album interi (in questo caso il ciclo della vita, dalla nascita alla morte) ed anche per quel caleidoscopio di concetti semplici, come imperscrutabili, da nascondere dietro alle note.

Di suo, la musicista di stanza a Los Angeles mette un discorso acquatico legato al suono, un certo naturalismo subacqueo, una particolare bravura nel catturare in pennellate sintetiche le rifrazioni del moto marino e nell’applicare alle composizioni uno psichedelico concetto di botanica, come del resto – ora più che mai – calare l’impronta dell’uomo, anch’esso dall’angolazione del ciclo della vita, creatura in mezzo al creato. Non a caso la compositrice cita come influenza di questo terzo lavoro l’opera del narratore naturalista britannico per eccellenza Sir. David Attenborough, quello dei documentari Planet Earth e Planet Earth II (quest’ultimo noto anche per la soundtrack che contiene un brano nato dalla collaborazione tra Radiohead e Hans Zimmer), ma anche il filosofo Alan Watts, per il quale tutte le forme di vita vanno viste come un tutto interconnesso (in sintesi: tutto nasce dalla terra e alla terra ritorna). The Kid è uno splendido esempio di elettronica organica fito-cantautorale.

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