Recensioni

7.4

Titolare di progetti personali come Henry Wu, spippolatore/dj per Ninja Tune e metà esatta del duo Yussef Kamaal– uno dei progetti più rappresentativi della New Wave of British Experimental Jazz Kamaal Williams, archiviate le ragioni sociali di cui sopra, ritorna in pista con quello che può essere considerato il figlioccio naturale di Black Focus. Baggy pants, papalina à la Zawinul ma mani educatissime allenate su Herbie Hancock, Williams si spinge decisamente oltre quello visto e piaciuto su Black Focus, andando più su ambienti space fusion, funk, soul e, perché no acid jazz (chi ha detto Jamiroquai?), arrivando a flirtare con l’house (se era una delle personalità dietro al successo di Katy B ci sarà un perché): ecco dove emerge il retaggio da dj. Collante per tutto questo pot-pourri di sonorità e ambienti in The Return è il groove, che osserva dall’alto e che trasuda da qualsiasi dettaglio, dai giri di basso ipnotici e scassa budella, ai break beat di MckNasty, passando dai passaggi melliflui e “mercuriali” sul Rhodes che Williams doma da vero maestro dell’ottantotto tasti.

Ad aprire i quarantacinque minuti di The Return (dato curioso, il disco ha lo stesso numero di tracce e il minutaggio di Black Focus) i quasi nove minuti di Salaam, passeggiata in assenza di gravità nello space-funk (odissey) con il basso del veterano Pete Martin (23 Skidoo) sugli scudi; rapida carrellata e si va dalle parti di Broken Theme, sincopato funk destrutturato in cui McKNasty gioca a fare il Nate Smith, spezzando in frammenti di sedicesimi le trame tessute da Williams e Martin. Il piccolo intermezzo della title-track serve un po’ a spezzare fiato e ritmo prima della tripletta formata dal tiro di High Roller, Situations (Live in Milan) e i sette minuti di Catch The Loop, frammentata discesa nei meandri della matematica prestata al funk. C’è spazio pure per la stiracchiata french touch della non proprio indimenticabile The Rhythm Commission, la traccia più deboluccia dell’intera scaletta. A chiudere il disco, poi, il jazz venato di sabbia e Mediterraneo di Medina, la Metheny-iana London Shuffle che vede il cameo del velenoso chitarrista Mansur Brown e, infine la coda sci-fi di Aisha, ipotetica soundtrack per un giro tra i grattacieli di una Blade Runner-iana Los Angeles.

Archiviata tra veleni e polemiche la fulminea esperienza del progetto Yussef Kamaal, qualche nuvoletta sul futuro dei due figuri s’era addensata, è inutile girarci attorno. La pubblicazione di The Return, però,  spazza via molti di questi dubbi, consegnando agli appassionati e ai posteri un lavoro di gran spessore, ottimamente scritto e suonato. Se i Sons of Kemet rappresentano la parte più fisica e rivoluzionaria (almeno idealmente) di questa new wave e Binker and Moses quella più votata alla creatività e alla sperimentazione sonora, Kamaal Williams, paradossalmente, rappresenta la frangia più reazionaria. The Return è come una time capsule arrivata dritta dritta dagli anni novanta, con dentro felpe Adidas in acetato, gazelle, hascisc in quantità già fuori dalla soglia legale e polaroid di sudatissimi club di Brixton dove funk, jazz ed elettronica si avvinghiavano in quella stretta mortale che ha partorito l’acid jazz. The Return funziona un po’ come il Tardis: ti catapulta in quei posti, tra quei suoni e quegli odori e ti fa sentire con trent’anni di meno: cosa si può chiedere di più a un disco?

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