• ott
    07
    2016

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Universal

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Per decenni, la Gran Bretagna è stata culla di generi e stili (musicali e non) che hanno rivoluzionato la concezione delle connessioni fra cultura e società: dall’epoca del punk a quella del britpop, alla Summer Of Love. Se sei un giovane inglese, magari figlio della suburbia di una grande città, e vuoi fare musica, sarà molto difficile che i tuoi testi e il tuo stile non si orientino verso un ruggito di rabbia politica e sociale perché, parliamoci chiaro, quando c’è da arrabbiarsi i nostri vicini d’Albione non cercano mezze misure. Basti pensare all’epoca della Thatcher, agli anni controversi di Tony Blair, ma soprattutto all’attualità della Brexit.

Kate Tempest non ha certamente lo stile più originale che esista, ma, in qualche modo è riuscita a sfondare le porte della nicchia e a consegnare questo suo secondo lavoro “musicale” a un pubblico massificato, malgrado l’evidente difficoltà di ascolto del genere. Parliamo di spoken words music, di… poesia. Era dai tempi di Linton Kwesi Johnson o di John Cooper Clarke che la “poesia musicata” non trovava un bacino d’utenza così ampio. Le ragioni sono prevalentemente di natura mediatica: Tempest ha raccolto molto dai piccoli fringe festivals indipendenti, dai vari art centre, dai suoi scritti di novellistica (notevole il suo romanzo The Bricks That Built The Houses) ed è arrivata a presentare live questo suo nuovo Let Them Eat Chaos nella serata dedicata alla poesia di BBC2. C’era da aspettarsi che, in contesti quali la televisione pubblica di Sua Maestà in cui la politeness la fa da padrona, un disco che porta alle orecchie di tutti temi quali capitalismo, gentrificazione, immigrazione, corruzione politica, idolatria per le celebrità, riscaldamento globale e persino una battuta sulla famosa storia dei trascorsi sentimentali di James Cameron con un maiale, sia risultato un pugno di aria fresca in faccia.

Let Them Eat Chaos è compendio di conferme e novità della personalità della poetessa di Lewisham. Conferma di un’attitudine musicale che va ben oltre la capacità di mettere in rima concetti scottanti e scomodi. Di quello sarebbe capace qualsiasi rapper. Tempest invece si tiene a debita distanza tanto dalla club music quanto dall’hip-hop, sebbene sia evidente che le ammaestra entrambe senza difficoltà. Ed è in questo che si nota la grandezza: nel saper rinunciare all’introspezione solipsistica della poesia e alle voluttà lussuriose del raving. Conferma di essere megafono di una generazione e di una classe intellettuale ben precisa. Cresciuta in uno dei borough più problematici di Londra, per di più bianca in una comunità maggiormente di colore, Tempest è riuscita a fare andare d’accordo gli strumenti di entrambe le comunità, servendosi di una voce al plurale. Let Them Eat Chaos non a caso è un ritratto di sette persone che alle 4.18 di mattina sono sveglie nei loro appartamenti nel sud di Londra. Non sono poveri né ricchi, ma sono immersi nel caos delle loro esistenze. Il che non può essere che dovuto a un caos più generale che è là fuori, nel mondo della politica e della società.

Le novità sono più che positive. Nonostante il nuovo album sia pervaso da un pessimismo cosmico (fino all’ultima traccia, Tempest non lascia speranza a questa Terra, come dimostra la copertina), il tutto suona molto più maturo e competente rispetto a Everybody Down. Se in quello, infatti, le storie dei suoi personaggi si ritorcevano grosso modo su loro stesse, qui c’è uno scenario più universale. Le storie private sono escamotage per parlare di una società malata, persa. Persa come il nostro continente in Europe Is Lost, vero compendio politico di tutta l’opera in cui si mettono in evidenza i temi pre e post Brexit: disastri ambientali («The water levels rising! The water levels rising!/The animals, the polar bears, the elephants are dying!/Stop crying. Start buying»), l’immigrazione («But they’re only coming over here to get rich/It’s a sickness/England! England!/Patriotism!»), corruzione («Caught sniffing lines off a prostitute’s prosthetic tits/And it’s back to the House of Lords with slapped wrists»). Nuova è anche la consapevolezza che non basterebbe questo per rendere un album musicale…un album musicale. Il rischio più grande era che la trentenne di Brockley si concentrasse troppo sulle parole abbandonando la musica, che poi è quella che fa l’album. E invece ci sorprendiamo nell’ammirare i ritornelli cantabili di Lionmouth Door Knocker, la post dub-step di We Die e Whoops, l’industrial kraut alla Kraftwerk di Perfect Coffee, i giri di basso e synth new wave di Tunnel Vision. Quest’ultima ha il compito di lasciare l’ascoltatore con un sentimento meno amaro. È una vera chiamata alle armi, a vivere le nostre vite da svegli, a prenderci le responsabilità per quelle azioni che rendono il mondo malato («It was our bombs that started this war […], our fucking banks that got bailed»). «It’s now up to us to make this place a better land» è il messaggio che, per quanto lievemente retorico, suona potente nella struttura complessiva del disco.

Let Them Eat Chaos è un album che giocoforza non può raggiungere tutti. La sua settorialità dipende dal genere ostico, dalla lingua in cui è recitato, dal punto di vista politico da cui è raccontato. Ciononostante è un album di impatto, costruito con i mezzi giusti che, se non altro, arriva a far parlare di sé in ogni branca mediatica. Il che, considerati i tempi, non è poco.

15 Ottobre 2016
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