Recensioni

7.3

«I’m never gonna know you now. But I’m gonna love you you anyhow», non riuscire a conoscersi mai veramente, amarsi comunque. In questo verso di Elliott Smith si può racchiudere il senso della poetica musicale di Keaton Henson, inglese, romantico, disperato, poeta per l’appunto, che come il cantautore di Omaha ha spesso tessuto trame di sofferenze e malinconia con filigrane tremolanti e inquiete. Non c’è dolore che necessiti di essere raccontato più di un altro, e Keaton Henson decide di narrare in maniera anatomica e feroce il proprio, quello di un cuore raggelato, rotto, in cerca di un nuovo sussulto d’amore. E di quell’impalpabile dolore che sfugge a ogni presa, Henson scrive e canta, con la grazia di chi non ha vergogna di disperarsi, perché gesto umano e cristiano. Henson prega e implora nella speranza di un ritorno, nascosto in casa come un ladro, a piangere e a mangiar male, come si dipinge nel bozzetto neorealista di Alright. Entra nel profondo delle nostre fragilità e angosce, in uno strano mondo interiore pieno di tremanti falsetti e chitarre nude.

A meno di un anno dalla pubblicazione della raccolta 5 Years e a tre anni di distanza dall’acclamato Birthdays, il giovane songwriter inglese torna a scarnificare l’essenza amorosa e tutto il sentire umano nel suo Kindly Now, terzo album in studio dalla natura introversa e infelice. Kindly Now è il fotogramma sonoro di una battaglia in mezzo ai demoni interiori di Henson, in guerra contro il concetto romanzato di amore, contro la lussuria e contro l’ego smisurato dell’essere artista. Autocritica, storie finite, (auto)distruzione, solitudine e cantautorato: tutti elementi perfetti per muoversi nel territorio già sapientemente esplorato da maestri come Jeff Buckley, Sufjan Stevens, Elliott Smith, e rischiare di uscirne a pezzi. Henson si frappone fra cura e rovina, presentando un album fatto di orchestrazioni strazianti e ballate fragilissime, in bilico tra alt-folk e chamber pop. C’è una meravigliosa sensazione di malattia e narcisismo che pervade l’intero album, come una nuvola che abbraccia il genio sensibile e disagiato di Henson. Il poeta che conforta gli afflitti, in un isolamento suadente e malinconico tipico di un’anima angosciata come quella dell’inglese.

Le fioriture vocali e il tormento estasiato dei suoi testi, o lo sguardo delicato agli impulsi carnali di un uomo distrutto, sono solo una parte – importante – di Kindly Now: l’ego stesso di Henson prende corpo e si interroga sui motivi che lo hanno spinto a far musica, il prodotto artistico vis à vis con l’arte in un colloquio folle ed emozionante. Un disco completo, maturo, che amplia il raggio sonoro di Henson, unendo bozzetti elettronici ad acquarelli classici, e che riflette l’amore smodato per Randy Newman e la sua poetica disincantata; Kindly Now è l’album che più emotivamente mette a nudo Henson, dandone un’immagine ora eroica, ora cinica, e pronta persino a farsi distruggere in nome dell’arte.

Il loop potente e quasi glitch di March – posto in apertura, rimanda a quell’elettronica soffusa sperimentata con Behaving l’anno scorso – e la classica ballata à la Damien Rice di The Pugilist sono solo due esempi distanti e perfetti del talento contorto e cinematografico di Henson. La palette sonora dell’intero disco è così trattenuta che a volte brani come No Witnesses e Good Lust suonano come se fossero stati scritti in qualche buia camera d’albergo o in una vecchia casa vuota, dove il suono rimbalza sulle assi scricchiolanti del pavimento. C’è un peso orchestrale che cade sempre al momento giusto – dal gonfiore tattile di violoncelli e violini al ronzio acuto del clarinetto basso – e che riesce a costruire un’enfasi simil gospel, di cui il cantato in loop di Holy Lover è uno splendido esempio.

In altre mani, il terzo disco di Keaton Henson sarebbe potuto diventare il classico zibaldone squallido e pieno di rimorsi di un’anima ferita, ma quel senso di agitazione e mostruosa bellezza che, unita a una strumentazione impegnativa e coraggiosa, esce dai suoi testi lo rende un lungo componimento poetico, fatto di stanze sacre e ritornelli profani, in un percorso verso la guarigione spirituale e fisica. Addolorato, ma mai in preda all’autocommiserazione, Henson danza come un pugile sul ring della vita, pronto al gancio più crudo di sempre; pieno di sincera e sfrenata emozione, si lascia sopraffare dall’ossessione di un quieto amore inarrivabile, da un soffuso senso di perdono. Kindly Now è esattamente il momento in cui il tempo riesce a fermarsi per permetterci di capire che abbiamo sbagliato, con i piedi immobili nella melma, incapaci di tornare indietro.

Forse Henson avrebbe dato ragione a Pavese nel pensare che il dolore vive nel tempo, e che pone le persone in uno stato di attesa, l’attesa di un nuovo sussulto. «Qualche volta viene il sospetto che la morte – l’inferno – consisterà ancora nel fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più». Un primo e importante passo verso l’armonia, per Hanson; un grande conforto per la cardiologia delle anime disperate.

 

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