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    24
    2017

Album

Smalltown Supersound

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Neanche trent’anni ma un curriculum vitae tanto intenso quanto variegato. Kelly Lee Owens esordisce ufficialmente su formato lungo con un’opera in cui convivono molte delle esperienze del passato in un formato che, invece, vuole abbracciare un futuro con ogni probabilità quanto mai roseo. Per la serie “di sola musica non si campa”, la londinese originaria del Galles tra una produzione e l’altra si è guadagnata da vivere come infermiera tra i malati terminali e come commessa in un record store della big city, esperienze che, direttamente (in negozio ha conosciuto Daniel Avery) o indirettamente hanno plasmato un percorso artistico che passa per le fila dei zuccherosi dreamgazers History of Apple Pie (dei quali era la bassista), per la collaborazione nella traccia Come Together con il producer inglese Hervè, perso un po’ di vista dopo quell’Art of Disappearing che conteneva featuring con Austra e Niki and The Dove e, soprattutto, per gli interventi all’interno di Drone Logic, spartiacque techno di Avery.

Tre anime distinte (quella dreamy dei HoAP, quella art-pop di Hervè e quella techno-minimal di Avery) che riescono ad amalgamarsi coerentemente all’interno del self-titled dell’inglese. Se è vero che probabilmente manca ancora un filo conduttore di rilievo è anche vero che è già possibile rintracciare elementi peculiari, magari non sgargianti o immediati ma comunque singolari. In primis una voce eterea (tra Elizabeth Fraser/Cocteau Twins e Julianna Barwick) mai sopra le righe, sfruttata di volta in volta come ingrediente di contorno, come elemento ritmico o, spesso, come una sorta di synth aggiuntivo da utilizzare come collante tra le battute secche, minimali e algide. La bravura di Kelly sta proprio nel non eccedere mai, evitando costantemente la soluzione più semplice – e magari di maggiore effetto – e preferendo invece trascinare l’ascoltatore in un plumbeo e suggestivo viaggio che solo raramente esce dai binari della background music. Lo fa in Anxi. (traccia con Jenny Hval alla voce), in cui il ritmo cresce sottopelle in un frullato techno-pop piuttosto coinvolgente. Le texture vocali si intrecciano ciclicamente creando un effetto lisergico, con la Nostra che sembra sapere benissimo quando aumentare l’intensità dancey senza essere né prevedibile né eccessivamente randomica: ad un certo punto ti ritrovi a muovere – come minimo – il piede in modo assolutamente naturale. Discorso simile per Bird: barlumi di esotismo a parte, anche in questo caso la cassa dritta – seppur con connotati maggiormente club-friendly – entra sinuosa e inesorabile. Anche Lucid segue la stessa formula: dopo una lunga introduzione in cui si alternano archi aggraziati (quasi cinematici) e sussurri, arriva il beat, sornione e felpato.

Il tocco freddo della Owens non sembra provenire dalla scena UK quanto invece da qualche locale cool mitteleuropeo, non necessariamente berlinese. In Evolution la materia techno assume contorni più definiti, facendo propria la lezione ’80s attraverso suoni vagamente naïve e un’ostinata ripetitività old-school. Ossessività digitale anche in CBM (mood vagamente alla Factory Floor). A fare da contraltare a questi slanci in 4/4, troviamo un repertorio più ragionato in cui la Nostra propone un discorso di rielaborazione post-ambient in un non banale contesto di smantellamento del pop: in Throwing Lines vince la melodia (una delle più immediate del lotto) tra i solchi di un minimalismo synth che può ricordare l’operato sfuggente di Carla dal Forno mentre in Keep Walking si affacciano i sentori della grande stagione trip-hop (obiettivamente, in alcuni frangenti è difficile non pensare a Teardrop dei Massive Attack). A completare l’affresco abbiamo un sentito tributo ad Arthur Russell (Arthur) che, tra raindrops e cinguettii, ci ricorda che tra tutte le stratificazioni digitali scorre anche una vena meno urbana e maggiormente bucolica. Elegante ed imperfetto, l’album d’esordio di Kelly Lee Owens ci restituisce un’artista sospesa tra coolness e sperimentazione.

29 marzo 2017
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