Cocteau Twins (UK)

Biografia

Ci sono band che vivono lo spazio di una decade e ne incarnano perfettamente lo spirito del tempo. Altre che invece allungano la propria esistenza su due o tre decenni, spesso proprio le formazioni più scaltre sul piano commerciale. Sono davvero poche invece quelle che inventano un suono e vivono tanto a lungo da vederlo crescere e fiorire nel corso degli anni. I Cocteau Twins sono fra questi, un caso emblematico

Dream a little dream of me

La storia del rock fino ad ora ha ragionato per decenni. Negli anni ’50 il rock’n’roll ed Elvis si incaricavano di seminare il germe della presa di coscienza individuale, mentre nei ’60 e ’70 tutto questo irrompeva nelle dinamiche sociali, nella ribellione collettiva. Gli anni ottanta in questo senso non potevano che ripiegare sull’individuo, ma da una prospettiva profondamente diversa. In superficie tutto era finito in un bagno di sangue ed in vita erano rimasti pochi di tutti quegli slogan che erano stati il leitmotiv del ’68. I Beatles e John Lennon icone di massa polverizzate in un attimo, in un colpo di pistola in Central Park. E cosa dire poi del punk? Il ’77 e i Sex Pistols erano durati lo spazio di una risata maligna, la stessa con cui John Lydon apriva sarcastico Never Mind the Bollocks e metteva in piedi la grande rapina di Malcolm Mclaren. Di contro il post punk dei sobborghi inglesi nemmeno aveva avuto tempo di prendere piede che già viveva sul lutto per la corda tesa di Ian Curtis. E’ in questi anni, all’inizio di una decade sottovalutata, vilipesa e mai compresa del tutto come quella degli anni Ottanta che muovono i primi passi gli scozzesi Robin Guthrie e Will Heggie, prima embrionale e iper acerba formazione di quelli che di li a poco sarebbero diventati i Cocteau Twins, band di culto, intergenerazionale e fuori dal tempo.

Attraversano gli ’80 e i ’90, i Cocteau Twins inventando ex novo una forma di psichedelia molto elegante, soffice ed eterea che ormai viene generalmente identificata con il termine “dream pop”,  sottogenere tra i più influenti per più di una generazione di musicisti. Come se non bastasse il lavoro immane fatto sul suono  gli scozzesi diventano un caso anche sul piano più strettamente vocale, per la vocalist Elizabeth Frazer e quella che qualcuno ha definito “The voice of God”. Va da sé che tolte le ascendenze strettamente gotiche degli esordi il loro è un suono che davvero poco ha a che spartire con il classico rock’n’roll, di cui diventa infatti una via di fuga, un sogno ad occhi aperti / chiusi che non si vergogna di andare a prendere influenze dalle musiche colte del passato per quello che,  diventa il primo fenomeno  di suono “non rock“ dedicato ad un pubblico “rock” che esula dalle avanguardie in senso stretto. E questo è l’ultimo dei tre meriti storici della band, perché fondamentalmente nessuno sta a sentirti se ti metti a predicare  da un serioso pulpito pieno di retorica e supponenza. Gli effetti più forti  si ottengono nascondendosi nelle melodie più sottili e nelle canzoni più orecchiabili e i Cocteau’s hanno sempre avuto il merito di cercare la melodia perfetta per i tre minuti, spesso riuscendoci e diventando nel corso del tempo, forse anche per le qualità immaginifiche della loro musica, uno dei nomi più sfruttanti dai creatori di immagini, siano spot pubblicitari o film.

It would have been the Summer of 1981. I really enjoyed what I heard even though the voice was barely audible”.
(Ivo Watts-Russell a proposito del primo demo tape dei Cocteau Twins)

Primissimi anni ’80 quindi. Robin Guthrie e Will Heggie sono due giovanotti scozzesi originari di Grangemouth, piccolo centro urbano tra Glasgow e Dublino, che Robin descrive amorevolmente con il termine di “toilet”. I due, compagni di scuola, stanno al passo con i tempi, quindi portano i capelli con il ciuffo dark e passano le giornate ascoltando Birthday Party, Cure e Joy Division. Fanno anche il giro dei pub ed è proprio in uno di questi che una sera vedono ballare Elizabeth Davidson Frazer, ragazza cresciuta sotto l’egida di Siouxsie, di cui condivide lo stile diafano e goth e un’ugola stentorea e veemente, seppure già padrona di una serie di inflessioni che alla signora dei Banshees resteranno per sempre preclusi. Il trio si forma presto sulla falsariga delle formazioni britanniche dell’epoca con Robin alla chitarra, Will al basso, Elizabeth al canto e una drum machine a tenere il tempo. I primi esperimenti producono subito una musica tesa ma languida, con il taglio post punk già sul punto di evolversi verso una nuova ragione del suono. Per darsi un nome i tre prendono in prestito il titolo provvisorio di una canzone dei Simple Minds, altra formazione scozzese che andava muovendo i primi passi all’epoca e che poi pubblicherà la canzone con il titolo No Cure sul primo album ufficiale, Life in a Day.

Alla ricerca di un’etichetta che potesse pubblicare il loro materiale, Robin decide di inviare una cassetta ad Ivo Watts Russel, ovvero la stessa 4AD che stava ottenendo un discreto successo con i Birthday Party. Ivo, da sempre alla ricerca di un sound che avesse qualità originali e fuori dal tempo, rimane sufficiente impressionato dal gruppo da rispondergli a stretto giro ed esortandoli alla produzione di nuovo materiale. Detto fatto. I tre si ritrovano rapidamente con un piccolo repertorio che di li a poco andrà a formare il primo album vero e proprio, il mesmerico Garlands.

La tradizione gotica è ancora predominante e i tre vengono etichettati frettolosamente come epigoni di Siouxsie and The Banshees. Accusa da cui si tirano rapidamente fuori, in virtù tanto della carica preveggente del sound quanto del piglio eretico dato ai vocalizzi da Liz Frazer. Basta del resto ascoltare tesi lieder con il carattere del thriller come Wax And Wane e Blood Bath per capire che quelle con gli autori di Scream e Juju sono solo assonanze dettate dall’aria dei tempi e dal carattere ancora acerbo della formazione. Ciò non toglie che i Twins assurgano velocemente al rango di culto. John Peel se ne accorge e li invita per una delle sue classiche session radiofoniche con tanto di Gordon Sharp dei Cindytalk in veste di guest star, per quattro tracce successivamente incluse nella versione cd di Garlands. Nello stesso anno, il 1982, i Twins danno alle stampe il primo di una lunga e fortunata serie di ep che diventeranno presto il ritratto nascosto della band. L’ep in questione è Lullabies, con tre tracce sulla falsariga di quelle inserite nell’album con il taglio gotico, le primitive e timide inflessioni traditional gaeliche, un marziale mesmerismo macabro e soprattutto il canonico dialogo di chitarra e basso che cercano già a più riprese di evolversi verso partiture più aliene dei classici canovacci post punk.

Lo stesso si avverte in Peppermint Pig, ep dell’anno successivo che precede di poco il secondo disco ufficiale della band, che da trio si trova in un attimo ad essere un duo. Will Heggie decide amichevolmente di lasciare la barca e Robin e Liz si trovano così a fare tutto da soli per Head Over Heels, disco intorno alla cui gestazione cominciano ad avvertirsi estenuanti pressioni, sia da critica che da pubblico.  La defezione del bassista fornisce però il pretesto ai due per ripensare al proprio sound e quello che ne consegue è il primo disco propriamente etereo e atmosferico dei Cocteau Twins, in altre parole la prima prova che può definirsi dream pop.

Head Over Heels può addirittura essere preso come il documento definitivo dei Twins o comunque quello più indicativo della loro poetica. Il sound non ha ancora perso del tutto la radice gotica, ma l’ha piegata al disegno generale che è fondamentalmente quello di costruire madrigali ultraterreni che si appoggiano a nient’altro se non all’interiorità di ciascuno. E’ il viaggio interiore che evocheranno da qui in poi centinaia di band che manderanno a memoria la lezione di questi anni e di questi dischi. Centinaia di band, eppure nessuna che possa vantare una sola voce capace di avvicinarsi a quella di Liz Frazer che qui prende il sopravvento e diventa il vero e proprio strumento aggiunto del gruppo. Brani misteriosi, energici eppure elegantissimi come When Mama Was Moth, Five Ten Fiftyfold, In the Gold Dust Rush, Musette And Drums forniscono alla vocalist l’occasione per giocare ad incastri infiniti in labirinti mentali dal fascino arcano. Magnifiche le doppie voci di The Tinderbox e My Love Paramour, mentre nel frattempo la vena più propriamente pop è già capace di produrre piccoli classici come Sugar Hiccup. Il disco ottiene un successo  planetario e consacra l’icona dei Cocteau Twins e di Liz Frazer. Ivo Watts-Russel non potrebbe essere più contento anche perché ormai la sintesi tra la band scozzese e la 4AD diventa quasi simbiotica e a rinforzarla ulteriormente, forse in maniera indelebile, ci pensa proprio lui con il progetto This Mortal Coil al cui primo disco, It’ll End In Tears, i Twins contribuiscono con una reinterpretazione di Song To The Siren di Tim Buckley, in una versione magica ed eterna, tanto che diventerà rapidamente più celebre della versione originale stessa.

Cim keel makilagh teluxa sulomegh yeilck vola-vola coco la fullagh me-nag
(Trascrizione del testo di Whales Tails, fatta da Liz Frazer leggendo le parole alla BBC Radio 1 nel 1994)

Dopo alcuni sparuti concerti di supporto all’uscita di Head Over Heels e un altro ep, il denso Sunburst and Snowblind, i due si convincono che serve un altro elemento nella band che possa rimpiazzare il vuoto lasciato da Will. Il sostituto viene trovato verso la fine del 1983, nella persona di Simon Raymonde, già musicista nei Drowning Craze e soprattutto personalità sulla stessa lunghezza d’onda dei due. Di nuovo in formazione di trio, i Cocteau Twins producono il loro primo e vero hit da classifica, ovvero Pearly-Dewdrops’ Drops successivamente inclusa nell’ep The Sprangle Maker che marca un’altra profonda evoluzione del loro sound: meno tenebra, più profondità del suono, taglio degli acuti – soprattutto della voce – ancora più marcato, in definitiva una ulteriore progressione verso un canzoniere originale e sofisticato.  In pratica tutte caratteristiche che marcano il nuovo corso dei Cocteau Twins di Treasure, terzo disco effettivo, datato 1984 e a tutt’oggi uno dei loro prodotti più amati.

L’influsso di Simon Raymonde si avverte subito nel missaggio originalissimo del disco. Le linee di basso che prima erano un’ossatura evidentemente calcata sulle ombre della darkwave qui perdono gran parte della loro presa, relegate in profondità per dare il giusto dinamismo ad una tela mossa da una mano quanto mai barocca sul piano degli arrangiamenti. Ma tutto deve servire a fornire il giusto habitat per lo strumento principale che altro non è se non la voce della Frazer qui ormai diventata vero e proprio trademark di un modo di utilizzare l’ugola come tratto distintivo del sound. Pandora è l’apice di questo suo nuovo approccio. Il nonsense dei testi, spesso ridotti alla pura elencazione di fonemi senza senso incomincia a fornire i frutti sperati. Liz coniuga un nuovo linguaggio e per questo comincia ad essere finanche inutile includere le liriche nei booklet di accompagnamento. Una scelta questa che porterà sia critiche che approvazioni, ma che vista nell’ottica dell’autrice altro non è che una scelta di libertà. In un’intervista del 1994 ad Alternative Press ragionando sulle continue richieste che arrivavano dai fan giapponesi affinché pubblicasse i testi delle canzoni Liz ammetteva candidamente di non cercare affatto di trovare un senso alle cose che canta

Ho scritto veri testi per Garlands  e Head Over Heels e parzialmente per Treasure, ma dopo è stata soltanto una questione di suono”  (Liz Fraser)

Il carattere eccessivo e barocco degli arrangiamenti, i titoli delle canzoni tutti presi da nomi storici (Aloysius, Lorelei, Persephone, Otterley…) e il design del packaging, come sempre firmato da 23Envelope, tutto a base di merletti e pizzi contribuirà non poco alla definizione di novelli pseudo “vittoriani”, sottintendo in questo una neppure tanto velata critica a certa altera pretenziosità, almeno in apparenza del tutto slegata da qualsiasi appiglio alla realtà che ci circonda. Questioni che lasciano il tempo che trovano ma che rimangono addosso alla band per un bel po’, il tempo di produrre altri 3 ep nel 1985: Aikea-Guinea, Tiny Dynamine e Echoes In A Shallow Bay, questi ultimi due subito riuniti in un unico cd, mentre per il mercato americano, quasi del tutto inesplorato dalla band, sempre lo stesso anno, veniva data alle stampe una compilation intitolata The Pink Opaque, che almeno nelle intenzioni della 4AD avrebbe dovuto facilitare il contatto con un territorio abbastanza immune dalle evocazioni prettamente albioniche dei Twins. Caratteristica predominate di questo fitto anno di pubblicazioni, un lavoro pressoché costante sul suono, sempre più evoluto e atmosferico. Soprattutto il dittico Tiny Dynamine e Echoes In A Shallow Bay, che infatti presto diventa un must per i fan, mostra un evoluzione quasi inarrestabile verso un sound sempre più alieno. I magici delay delle chitarre di Pink Orange Red e Great Spangled Fritillary diventano nuovi classici del settore, mentre la Frazer continua a far parlare per le sue eccentricità, prima fra tutte quella di Melonella, il cui testo altro non è che un semplice elenco di nomi scientifici di farfalle.

Arrivati a questo punto non sorprende lo scarto acustico-ambient che Robin e Liz, nel frattempo diventati coppia fissa anche sul piano affettivo, danno al nuovo album, Victorialand. E’ un ritorno parziale alle languide memorie di Head Over Heels, forse anche per l’assenza del contributo di Simon Raymonde ma la sezione ritmica si è quasi del tutto dissolta in favore di un languore celestiale e atmosferico a tratti anche estenuante. Le volute arcane di Throughout The Dark Months Of April And May sembrano quasi fare il verso a quelle dei compagni di scuderia Dead Can Dance, mentre tutto il canovaccio del disco poggia sull’avanguardastico lavoro di Robin Guthrie che evolve ulteriormente lo studio dell’effettistica per chitarra. Che sia un prodotto un po’ freddo e molto tecnico è dimostrato anche dal fatto che tutte le registrazioni vengono effettuate nel nuovo studio della band, situato nel sud di Londra, e ribattezzato September Sound. Un esperimento dal forte odore d’avanguardia che non porterà favori e successi al gruppo. L’ep successivo, Love’s Easy Tears, segna un ritorno sui propri passi, quelli di Head Over Heels e Treasure. Quindi balland malinconiche e orecchiabili con le chitarre in delay perenne e la voce di Liz Frazer ad intonare evocazioni eteree, ma si dimostra una parentesi veloce perché nella loro discografia va subito ad incastrarsi The Moon And The Melodies, lavoro in collaborazione con Harold Budd per una serie messa in cantiere da Channel 4 dedicata agli incontri tra artisti e che non prenderà mai davvero piede lasciando il disco come un caso isolato. Esperimento estemporaneo per i Twins che appaiono un po’ persi negli acquerelli ambientali del musicista inglese, tanto che risaltano giusto i brani più autografi: Eyes Are Mosaics e She Will DestroyYou.

Little fucker didn’t even ask, just stole it” (Robin Guthrie riflette sul campionamento di Fifty-Fifty Clown fatto da Prince)

Dopo un biennio di produzione bulimica il 1987 passa quasi in un attimo, giusto il tempo per Robin Guthrie di produrre il terzo disco dei Gun Club, Mother Juno, per poi dedicarsi di nuovo alla propria band che l’anno successivo darà alle stampe il primo di una lunga serie di uscite tendenti sempre più alle produzioni mainstream, secondo un processo inarrestabile che gli farà perdere fan e gliene farà acquistare altrettanti. Il disco in questione è Blue Bell Knoll, lavoro rapido, asciutto, molto solare e soprattutto forte di un melodismo pop mai così pronunciato. Non a caso il primo singolo tratto dall’album diventa uno dei loro hit di maggior successo, ovvero la riconoscibilissima Carolyn’s Fingers che sarà usata dalla pubblicità a più riprese.  I fan della prima ora del resto, non possono che storcere il naso di fronte a canzoni come Suckling the Mender e Kissed Out Red Floatboat, perfette ballad pop forti di scelte d’arrangiamento assai meno pesanti che in passato. Molti prenderanno tutto questo per una svolta dedicata alla leggerezza, scambiandola per una contestuale perdita di autorialità. Pochi all’epoca si rendono conto che la ricerca della perfetta pop song presuppone un lasciarsi alle spalle le tante, eccessive e pressanti sovrastrutture che tanti anni di carbonara visione underground avevano imposto.

Tutto questo finisce per coincidere con il passaggio di decade. Anno 1990, i Cocteau’s danno alle stampe il loro lavoro in assoluto più accessibile e quello infatti che finisce col riscuotere il maggior successo commerciale, Heaven Or Las Vegas. Disco ampiamente preveggente per il settore che decide di occupare, ovvero quello del pop sofisticato. Le malie dream del passato vengono asservite al disegno produttivo che inquadra le melodie in perfetti congegni pop, con la produzione in gran spolvero. Più di un timido accenno di trip hop finisce così per saltare fuori dai corteggiamenti funk di Cherry Coloured Funk, dall’elettronica rotonda di Fifty-Fifty Clown e dalle atmosfere malinconiche di I Wear Your Ring. Ivo Watts-Russell va letteralmente in brodo di giuggiole ed elegge il disco il migliore mai apparso nel catalogo 4AD, giusto in tempo per vedersi le galline dalle uova d’oro sfuggirgli di mano.

Heaven Or Las Vegas rimane infatti per i Twins, l’ultimo disco per l’etichetta che tanto avevano contribuito a plasmare con l’appellativo di “4AD sound”. Scelte dettate da molteplici fattori, innanzitutto quello di slegarsi da l’immagine settoriale e così definita della label inglese e poi per i mutevoli cambiamenti che stavano minando nelle fondamenta la band stessa. A dispetto della nascita di Lucy-Belle, primogenita della coppia Frazer-Guthrie, segue un periodo di profonda depressione per entrambi. Lei si sottopone a ripetute sedute di psicanalisi probabilmente anche come reazione alla progressiva discesa nelle tenebra della droga e dell’alcol di Guthrie. Simon Raymonde non può fare altro che assistere preoccupato all’evoluzione degli eventi mentre vengono assoldati due nuovi strumentisti a supporto del tour mondiale di Heaven Of Las Vegas. La dipartita dall’etichetta di Ivo Russell fornisce il pretesto per raccogliere tutti gli ep pubblicati fino ad allora in un box deluxe con l’aggiunta di 4 tracce mai pubblicate prima. Classica chicca per i fan in attesa di vedere cosa succede. La situazione si sblocca con la firma di un contratto per la Mercury Records, affiliata alla più grande Fontana, che si incarica di pubblicare le nuove produzioni della band.

Il primo parto del nuovo corso arriva nel 1993 con l’assai controverso Four-Calendar Cafè. Disco che rispetto ai precedenti lavora di sottrazione, alleggerendo tutto quello che aveva reso il “Cocteau Sound” così tipico e inimitabile. Innanzitutto il lavoro in sede di produzione toglie tutte le pesanti sovrastrutture di effettistica che avevano reso Guthrie uno dei guru della generazione post-shoegaze. Come se non bastasse la stessa Frazer, lascia da parte l’idioma fantasy e onomatopeico che l’aveva resa celebre, per tornare a testi veri e propri. Ne risulta un disco stanco e sfuocato. Una collezione di ballad pop senza mordente. Si salvano giusto i brani che hanno qualcosa che rimanda al passato: Oil Of Angels con i delay pulitissimi delle chitarre; Essence che è ai confini con l’ambient a’ la Vangelis di Victorialand. Il resto è semplice melassa pop zuccherosa, a partire dai singoli Evangeline e Bluebeard, tra le peggiori cose mai pubblicate dagli scozzesi. Critica e pubblico disapprovano in maniera manifesta e la band perde l’equilibrio  perfetto avuto fino ad ora. Lo dimostrano i due nuovi ep pubblicati nel 1995, Twinlights e Otherness, ovvero diversi modi per ritrovare una verve creativa che sembra perduta per sempre. Il primo è un lavoro prettamente acustico, con quattro brani costruiti su pianoforte e chitarra. Niente effetti e una produzione quasi da presa diretta. L’altro, di contro, è sperimentale in senso opposto, giacché si tratta di una collaborazione con Mark Clifford dei Seefeel che remixa alcuni brani della band, piegandoli al taglio elettronico che lo contraddistingue.

Passi confusi di avvicinamento all’ottavo disco della band, Milk & Kisses, che è un vero e proprio ritorno alle origini. Robin Guthrie ritrova tutta la sua maestria produttiva forgiando, anche grazie alle evoluzioni tecniche intercorse in questi anni, un nuovo sound denso e iper stratificato, che è pura gioia per le orecchie dei fan della prima ora. Anche la Frazer riprende a trafficare con il nonsense e la gestione pirotecnica dei fonemi e degli echi. Violaine, primo singolo tratto dal disco, fa capire subito quanta influenza abbiano avuto i Twins su più di una generazione di musicisti impegnati ad usare lo studio e la produzione in funzione attiva e creativa. Ma è tutto il disco che ripristina un trademark di qualità che non si avvertiva in maniera così evidente dai tempi di Heaven Or Las Vegas. Brani come Serpentine e Treasure Hiding sono pura magia Cocteau, con la chitarra effettata a reggere la voce narrante e aliena della Frazer; così come i brani più pop come Tishbite, Half-gifts e Calfskin Smack ritrovano una quadratura melodica che sembrava persa dietro ai corteggiamenti mainstream di Bluebeard.

“This is strange i know but in two territories we actually sold one record per capita. In Christmas Island we sold 424 cds and the population in June 2002 was cited as …424! Weird huh? And in Bikini Island we sold 22 copies and the pop. There is …22 ! What can I tell you?”
(Simon Raymonde a proposito di dinamiche commerciali)

Il passo successivo, quello cioè di un tour mondiale di supporto al disco, mostra altrettanta coesione e visione di gruppo, tanto che la notizia dello scioglimento della band, arrivata nel bel mezzo delle registrazioni di un nuovo lavoro, nel 1997, lascia più di qualcuno sorpreso. Le motivazioni confuse addotte come giustificazione per la scelta di separarsi non possono comunque preludere da quella principale, cioè la rottura del rapporta affettivo tra la Frazer e Guthrie. Le session per il nuovo disco, nonostante più di qualche canzone fosse finita, rimangono inedite e la Fontana non pubblicherà più nulla per la band, che arrivata a questo punto deciderà di fare tutto in proprio.

Guthrie e Raymonde, nel 1999, inaugurano la Bella Union, etichetta totalmente controllata da loro, che pubblica il doppio BBC Sessions, doppia compilation che fotografa tutte le apparizioni live della band al programma radiofonico inglese, dal 1983 al 1996, includendo ovviamente qualche traccia inedita. L’ultima pubblicazione con materiale inedito a tutt’oggi. Dopo di che sarà tutto un amarcord o un revival. 4AD pubblicherà dopo poco Stars And Toipsol, il loro best of, tutto il catalogo rimasterizzato e soprattutto Lullabies to Violaine, monumentale box set che riunisce tutti gli ep e i singoli mai pubblicati dalla band. Tutte cose che non fanno altro che aumentare la sensazione di vuoto lasciata dai tre, anche perché nel frattempo il verbo degli scozzesi non passa affatto di moda, ma ritorna in maniera incessante come uno delle influenze più presenti e capillari della musica popolare degli ultimi due decenni. A partire proprio dall’attività dei singoli. Nessuno decide di appendere le scarpe al chiodo, ma anzi tutti si ritagliano il proprio spazio. Robin Guthrie rimane il più musicista in senso stretto dei tre. Al di là dell’attività di autore di colonne sonore (Misterious Skin) pubblica tre dischi solisti, dove riprende in larga misura i suoni e gli effetti dei Cocteau Twins e forma una nuova band, chiamata Violet Indiana, da cui non trarrà però molte soddisfazioni. Anche Raymonde pubblica un disco solista prima di dedicarsi ad una promettente carriera di produttore e tecnico del suono. La Frazer invece rimarrà alla ribalta soprattutto grazie alle apparizioni in veste di guest star nei dischi dei Future Sound Of London e soprattutto come voce femminile di Mezzanine dei Massive Attack.

Ciò non toglie che il vuoto lasciato dai Cocteau Twins rimanga senza candidati ed eredi plausibili. Neppure una reunion è stata concessa. Ad un certo punto, sembrava che i tre dovessero apparire sul palco dell’edizione 2005 del Coachella Festival, in perfetto timing con tanti altri (primi fra tutti i compagni di scuderia Dead Can Dance) che tornavano dall’oblio per una nuova generazione, ma all’ultimo minuto un comunicato della Frazer rendeva la reunion impossibile per le solite “questioni personali” che avevano minato la carriera di una delle poche band realmente fondamentali della storia della musica popolare. L’ultima apparizione insieme, qualche anno fa, ai Q Awards del 2008, per ritirare il “Q Inspiration award”. Eppure alla fine poco importa se non ci sarà mai più un nuovo disco firmato Cocteau Twins. In ambito pop rock sono davvero pochi i musicisti che possono vantare un lavoro altrettanto denso, avventuroso, creativo per cui il ritornare sempre ai vecchi dischi sortisce sempre una sensazione di riscaldamento emotivo. Come le vecchie foto ingiallite dell’infanzia. Una volta esisteva una band che aveva inventato un suono… malinconia. E’ questo l’umore più aderente ai Cocteau Twins.

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