Recensioni

7.3

Potrebbe indurvi in tentazione (tanto per restare in tema) e fors’anche sviarvi, la copertina del nuovo album di Kevin Morby. Partiamo, semplificando, dall’iconografia scelta per introdurcelo: il biondo texano si presenta in una veste quasi immacolata, occhi fissi in camera, e con alle spalle un dipinto che celebra quel mistico connubio tra divinità e musica. Rimarca anzi l’aspetto fondante su cui Morby ha costruito questo nuovo e prezioso Oh My God. È lui stesso a sottolineare la natura “altra” ed emblematica di questo doppio LP (14 brani in tutto): si parla del suo «primo vero concept-album», un album non-religioso sulla sfera religiosa; si fa riferimento a un’anima immortale che spira e pervade il nostro esistere.

È forse Morby a ri-scoprirsi nuovo? Ebbene no. Nulla a che vedere con redenzione, desiderio di rinascita o temi ascrivibili a una certa letteratura o produzione artistica. Si tratta di una presa di coscienza da parte del texano, convinto in questo Oh My God di una certa anima divina – quasi pantocratica – in grado di abbracciare quel quotidiano di cui spesso avvertiamo il peso. Finiscono in questi brani riflessioni ed esperienze sulla vita di Morby prima che diventasse Morby, su quanto sia stato appunto difficile diventare sé stessi, per dirla à la D.F.Wallace. Una riflessione, se vogliamo essere ancora più precisi, sul ruolo “divino” – e salvifico se volete – ricoperto dalla musica in questo racconto. Ed è facile sentirsi affascinati da questa trattazione della materia: un fluido etereo, calmo e rassicurante ma anche estremamente ambiguo – come poteva esserlo per il Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse – eppur tanto presente da risultare quasi palpabile.

Questo l’immaginario intorno a cui ruota l’album. Concept non canonico che merita un approfondimento, un giusto grado di attenzione, ma che affascina anche per quella che è l’altra faccia della medaglia, ovvero la musica. Ci ritroviamo a nostra volta immersi nel più puro Morby’s sound: idee lucide e un certo rigore compositivo che affonda le radici in quella tradizione abbondantemente citata, ammiccamenti a Dylan, Cohen e Petty annessi. Ciò che stupisce, al di là di quel piglio che sembra mescolare attitudini folk con un gospel ispiratissimo, è il lucido lavoro di sottrazione, in grado di riconsegnarci un’opera non scarna ma priva di orpelli e sperimentalismi di sorta. Servono solo pochi tocchi, suggestioni accennate: prendete la lunga coda chitarristica di Seven Devils o quell’estro vagamente country-folk di Hail Mary e capirete qual è il sentiero imboccato dal texano. Una strada che, a suo stesso dire, accoglie sfumature di bianco e nero attraversate da un’unica tonalità di luminoso blu. Pochi assi nella manica ma tantissima qualità e spessore, oltre a toni scuri che vanno via via intensificandosi (Savannah), fino a giungere alla conclusiva e rassicurante O Behold (sulle tracce del Conor Oberst di Ruminations), tra le prove migliori della nuova opera.

Se avete seguito l’evoluzione artistica del musicista americano, Oh My God suonerà nelle vostre cuffie come una naturale maturazione. Più del Morby autore, a convincere qui è l’aura di artista sempre più consapevole dei propri mezzi e ormai liberato dal peso del dover dimostrare di non essere l’ennesima promessa mancata. Già un piccolo e prezioso classico.

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