Recensioni

7.3

Il Mago Lucertola è una delle creature più strambe che si possano trovare nella vasta e colorata fauna della psichedelia (e del rock ‘n roll tout-court) di questi tempi: trabocchetti e magie ritmiche assortite, uno studio del e un’applicazione al suono impressionanti, un immaginario fumettistico e grottesco, a tratti pulp, a tratti gore, in altri casi puramente non-sense, e una numerosa schiera di artefatti celati sotto il mantello policromatico. Governato infatti da una strana frenesia compositiva e da una bulimia impressionante in termini di uscite, il collettivo australiano capitanato dall’eccentrico Stu Mackenzie (il Jerry Garcia d’Oceania, potremmo dire) giunge con quest’ultimo Flying Microtonal Banana all’ottava (!!!) release ufficiale – esclusi singoli ed EP – nel giro di un lustro e spicci. Ma non è finita: l’ultima fatica in studio dei King Gizzard è in realtà il primo volume di cinque dischi, tutti in uscita in questo 2017 che per gli australiani si preannuncia quantomeno come un anno di fuoco.

Ma è proprio questo il bello, la costante ed esasperata iperbolicità che impera indisturbata nella già citata bulimia discografica, così come nella ricerca sempre più cervellotica del “suono ultimo” e nelle trame sonore sempre più complesse che ne conseguono. E in effetti, Flying Microtonal Banana ci dimostra quanto i sette druidi siano fedeli al loro credo e seguano pedissequamente un percorso che li porterà alle pendici della follia e forse, un giorno, a portare fieri la fiaccola della musica cosmica che il gran sacerdote Sun Ra professava anni or sono; se infatti il precedente Nonagon Infinity portava all’esasperazione quegli schemi dal sapore di kraut già ritrovati nell’ottimo I’m in your Mind Fuzz (2015), proponendosi come un disco potenzialmente infinito (appunto) nella sua veste di festival del groove e riff-o-rama anfetaminico (con un sentito e dovuto omaggio al compianto Lemmy Kilmister), l’ultima fatica preannuncia uno scarto sonoro ancor più netto e astruso, consequenzialmente all’inarrestabile verve jammistica dei Nostri (sempre più fini artigiani dello strumento, va detto) e ad un vero e proprio studio, come suggerisce il titolo, della musica Microtonale, ovvero «musica che utilizza i microtoni, intervalli musicali minori di un semitono appartenente al sistema equamente temperato»; né più né meno di una scala non convenzionalmente utilizzata dalla (e non appartenente alla) musica popolare occidentale.

In soldoni, Re Gizzard fa il viaggio indiano dei Beatles cinquant’anni dopo. Anzi, si ferma un po’ prima, nel Medio Oriente confuso e vagamente occidentalizzato di Costantinopoli e provincia: la zurna, esotico strumento a fiato turco (una sorta di trombetta molto rumorosa che ricorda vagamente le funeste vuvuzelas del mondiale Sudafricano), fa ogni tanto capolino tra i solchi all’odore di tè nero e spezie e le solite fitte trame ritmiche che ritroviamo l’album – eccezion fatta per l’iniziale Rattlesnake, primo singolo estratto, che è in buona sostanza l’unica connessione chiara con i precedenti e rigorosi schemi kraut. Schemi, questi, che sono un po’ il leitmotiv della psichedelia moderna (Gizzard a parte), retromaniaca e citazionista, che guarda con parecchia estasi alla stagione teutonica dei vari Can, Neu!, Popol Vuh e compagnia suonante, e ne riprende a piene mani lo stile.

Il settebello australiano però no, non ci sta: guarda oltre e vuole osare, sempre, prima di tutti e più di tutti; l’ipnotica Melting fonde il Carlos Santana sbarbato e inacidito di Woodstock con la Mahavishnu Orchestra, mettendo sul piatto un assolo gustosamente microtonale in tutti i sensi; e così anche nella successiva Open Water, se vogliamo ancor più concitata e complessa, che nei suoi sette minuti contiene, riassume e fa convergere tutti gli elementi che caratterizzano l’album, e che fanno segnalare un deciso cambio di rotta per i King Gizzard. Tra profumi d’Oriente e strani infusi, però, serpeggia il vago terrore di uno scenario apocalittico, post-nucleare – come ci suggerisce la copertina, molto acida come al solito, dove un incantatore in vestiario da Chernobyl ammansisce un cobra, contenuto in un bidone degli scarti tossici: è una paranoia che è affiliabile all’immaginario oscuro e grottesco, da film della Troma, che caratterizza praticamente ogni album e artwork della band, ma è anche tremendamente reale e va a pesare sulle atmosfere asfittiche di Doom City, quelle desolanti della cantilenante Billabong Valley, o quelle storte, ipnagogiche e narcolettiche di Sleep Drifter. Il terrore vero, però, per chi si addentra per le prime volte nell’acido dungeon di Re Gizzard, è che questo lavoro possa risultare eccessivamente esasperato nella ricerca maniacale e nell’impiego massiccio del suono microtonale nelle trame sonore e, quindi, decisamente spiazzante e dispersivo.

Ma è forse questo l’elemento, come detto, che rende i King Gizzard & the Lizard Wizard i più bizzarri del reame: presi come sono a cercare IL sound, la resa sonora perfetta, a menare il ferro e a elucubrare formule sempre più astruse per raggiungere nuove vette di sperimentazione – aspetto che li accomuna ad una categoria di outsider e geni incompresi, e che ai nostri occhi rendeva affascinanti, controversi e temuti personaggi come il dottor Frankenstein, o Nikola Tesla (fittizi o reali che fossero). E così troviamo i sette druidi australiani – come Victor Von Frankenstein che si propone come novello Prometeo alla ricerca del rinnovato fuoco della vita, o un Tesla che sperimenta e studia un nuovo, temibilissimo e tremendo raggio della morte – a cercare di stupirci con un nuovo trick. Del resto i King Gizzard sono tutto questo: bizzarri personaggi che sembrano usciti da storie contenute in riviste sci-fi del dopoguerra; condottieri alla conquista di un mirabile Medio Oriente sonoro; sperimentatori affascinanti e, a tratti, incomprensibili.

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