• ott
    13
    2017

Album

XL

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Archy ha i capelli rossi, come il protagonista di quel famoso fumetto americano. È un personaggio caricaturale, paradossale a tratti: trascina sulle spalle esili e ricurve un lotto di personalità contrastanti, cela sotto il carnato pallido da brit  un animo insolitamente esotico, le sue labbra livide, serrate, si dispiegano come fauci rivelando una timbrica da lupo mannaro. È tutto e niente, è anche troppo per essere com’è all’età che ha, ma forse anche troppo poco, troppo “strano”, per come vorrebbe mostrarsi – e  lo ha fatto con numerosi volti, spesso contraddicendosi: uno, nessuno, centomila.

In tal senso (e in maniera piuttosto scolastica, lo ammetto), Archy Marshall è un personaggio che potremmo definire “pirandelliano”: nato nell’agosto del ’94 a Londra, cresce con i genitori separati saltabeccando durante l’infanzia tra il nucleo materno, nel quartiere neo-liberal di East Dulwich, e l’appartamento del padre, nell’adiacente sobborgo popolare di Peckham; la sua sarebbe la classica storia da Billy Elliott – ragazzo cullato nelle suburbs tra le asperità della working class britannica, incompreso, piuttosto vivace, vispo e ricettivo che non riesce ad instaurare un rapporto solido con i propri genitori e più generalmente con “l’autorità” (intesa come scuola, ma anche come società tout court), mostrandosi al contempo più intelligente e maturo dell’età che porta sebbene non venga compreso – un bignami tipico di qualsiasi bildungsroman scritto con la mano sinistra e gli occhi bendati.

Sarebbe oltremodo inappropriato ridurre il percorso di crescita di Marshall a una storia di difficoltà e successivo riscatto. Di certo non è da tutti uscire appena diciannovenne con l’esordio lungo sulla più importante etichetta indipendente britannica – la XL – pubblicando un lavoro, 6 Feet Beneath the Moon, del quale tuttora (e giustamente) sentiamo parlare come uno degli esordi più fulminanti della storia recente, un disco che lo ha rivelato per retaggio e eterogenea formazione musicale, tra maestri della no-wave newyorchese come Branca e Mazzacane-Connors, il free jazz, i Damned, il post-punk di Pop Group e Public Image Ltd., Nina Simone e, non ultimo, il dub.

Archy è un personaggio multiforme, quindi, che racchiude dentro di sé una miriade di concetti, di silouhettes, di sfumature, come un attore, un interprete camaleontico che pare mutuare la sua timidezza attraverso un trasformismo quasi convulso, e che non si manifesta assolutamente nella mania glam di personaggi storici come Bowie e Grace Jones (e quindi in una metamorfosi fisica e di costume), bensì nel trascinarsi e celarsi dietro varie psicologie che, in realtà, non fanno altro che amplificarne esistenzialismo e attitudine escapista. In un’intervista concessa al Guardian (siamo sempre attorno al disco d’esordio, quindi è una delle prime interviste di peso), Marshall esordisce dicendo: “Non vedevo l’ora di fare quest’intervista. Mi hanno detto che è un po’ come fare una seduta psicanalitica”; che si celi o meno dietro alle sue personalità, evidentemente il nostro ha voglia di mostracele (e mostrarcisi attraverso).

Perché che interpreti l’umorale King Krule, il puerile Zoo Kid o il parodistico Edgar the Beatmaker, Archy resterà sempre Archy: non è un caso che, con il suo nome di battesimo, abbia firmato la sua seconda opera (perché di vera e propria opera si tratta, divisa in un libro di poesie, un cortometraggio low-cost e, ovviamente, l’album) A New Place 2 Drown, in cui il nostro scende a patti con la sua memoria, e la prosa si fa meno nebulosa e stratificata, più diretta, spostandosi un passo a lato nei territori del conscious rap e nei suoni tipici di quelle porzioni grigie a sud-est di Londra (grime, field recordings, abstract hip-hop).

È proprio per questo che il suo “ufficiale” rientro sulle scene (per l’album di cui sopra, nessun tour e/o data promozionale) a nome King Krule sia in realtà un effimero dato simbolico: The OOZ è solo l’ennesimo capitolo del bildungsroman, ed Archy decide di raccontarcelo con la voce pucciata nel brandy e affetta da tabagismo di King Krule, il suo abito da Tom Waits; ci riporta nel piano bar fumoso e caotico con il samba orrorifico di Dum Surfer, dà fiato alla disperazione nella tensione perpetua di The Locomotive, nel blues sbucciato di Lonely Blue, nello swing spoglio di Cadet Limbo. A volte i suoni paiono uscire da un imbuto, da uno di quegli assurdi megafoni in rame ed alluminio di fine ottocento: il suono è quello di un grammofono rotto e sbilenco.

È un suono in bianco e nero, che alle volte prende colori sbiaditi e malaticci (il divertissement ciondolante di Vidual), altre volte si sposta verso le polaroid stropicciate dell’album precedente (il Bristol sound rivisitato e iniettato di morfina nel primo singolo estratto Czech One). Non è comunque un mondo grigio e tetro, quello di Archy/King Krule, che con le sue doti da bardo delle metropolitane infarcisce le sue storie di un romanticismo intonso, sofferto e innocuo al tempo stesso (La Lune), e di sagome grottesche – il cadetto smarrito che ricorre nell’album, l’uomo per metà squalo e il “paradiso di parassiti” che esce direttamente da una delle sue prime poesie, e che collega tutta la sua poetica e produzione fino ad ora.

In un immaginario quasi burtoniano, il piccolo re rosso si agita con la maestria di un songwriter maturo, mettendo sul piatto la consueta ed indiscutibile qualità esecutiva (qui ancor più accentuata da un lavoro che questa volta è davvero di squadra). Avvicinando l’orecchio alla pentola, si possono udire i bollori di samba, funk, soul (scanditi dal ritmo di una drum machine), dream pop, oltre che alla consueta mistura letale di post punk e jazz.

The OOZ è un album che nasconde dietro ad una scorza apparentemente oscura, melassosa e a tratti ruvida delle sfumature calde e vive; è l’ennesima, grandiosa epica urbana di un autore in costante ascesa.

11 Ottobre 2017
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