• set
    28
    2018

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Editions Mego

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Klara Lewis è un’artista che abbiamo avuto modo di apprezzare gli scorsi anni, grazie ai suoi due album usciti per Editions Mego, in cui ha mostrato una capacità non comune di elaborazione dei campioni, all’insegna di un approccio eterodosso che attinge tanto dall’ambient, quanto dal noise e dalla wave storica, senza dimenticare trip hop, techno e industrial. Simon Fisher Turner invece è un artista poco conosciuto sul suolo italico, ma ha una carriera lunga oltre 40 anni che lo ha visto esordire come teenage star nel 1973 sino a diventare uno stimato compositore di colonne sonore di film e documentari.

L’ensemble che viene fuori è quindi particolare, legato alla passione di Klara Lewis per il cinema e in particolare per l’opera di David Lynch, con cui Simon Fisher Turner ha collaborato. Questo loro primo album collaborativo Care ha quindi nel DNA una distanza siderale tra i componenti, anagraficamente e musicalmente, e i due tirano fuori un lavoro impossibile da incasellare in etichette molto rigide, composto da quattro brani di oltre 10 minuti ciascuno. Parliamo di un album con uno svolgimento astratto, che sin dal primo ascolto ci lascia un po’ interdetti, sensazione simile a quella che si può provare la prima volta che alla Tate Modern si ha occasione di vedere il Chromoplastic Atmosphere No.383 di Luis Tomasello. Anche per Lewis/Fisher parliamo di un’opera che elabora le astrazioni sonore e le semplicità geometriche generate dai droni, in un patchwork complesso che unisce mondi sonici totalmente differenti. Nel brano di apertura 8 lo svolgimento è caotico e i droni si intersecano in modo quasi schizoide con lunghe pause e stravolgimenti incontrollati. La seguente Drone invece mette maggiormente a fuoco le idee e il brano ha una progressione quasi circolare, simile all’evoluzione temporale di Tomasello sfociata nel suo Chromoplastic Atmosphere No.710. Il lato B inizia con Tank, dove compaiono degli inserti di world music con delle litanie in arabo a richiamare atmosfere mediorientali, che però alla fine si trasmutano in territori totalmente differenti, quasi a tessere un richiamo a culture antiche legate alla vita moderna come nell’opera Out There di Bernard Cohen. Arriviamo al brando di chiusura, Mend, coi suoi droni in movimento che si intersecano e si inseguono ad offrire finalmente una direzione comprensibile alla proposta musicale, ben rappresentabile dal bellissimo Floris del citato Cohen.

In definitiva Care, sebbene realizzato con cura e talento, appare come un’occasione sprecata, un disco che vorrebbe apparire astratto ma sprofonda troppo spesso nell’eccentricità fine a se stessa, in cui il talento musicale di Klara Lewis non viene valorizzato a dovere se non nella tecnica di assemblaggio dei droni. Manca probabilmente un’idea di fondo forte a supporto dell’immaginario del disco, che possa offrire all’ascoltatore una chiave di lettura più chiara delle sperimentazioni proposte.

5 ottobre 2018
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