Recensioni

6.9

A sei anni da Pilgrim’s Progressi Kula Shaker tornano con un nuovo album. L’idea è quella di festeggiare indirettamente il ventennale del primo disco della formazione, K, pubblicato nel 1996 e capace di vendere milioni di copie in epoca di britpop – un miraggio per il mercato discografico attuale. Da qui il titolo K 2.0, che può essere letto come un aggiornamento – in termini informatici – del materiale originale o come un semplice 20 (appunto, il ventennale).

Trattasi solo di marketing? In realtà, dietro a un’operazione che a prima vista sembrerebbe sfruttare i fasti del tempo che fu per tirar su un po’ di sterline, si nasconde uno dei migliori lavori dei Kula Shaker. O perlomeno uno dei più vitali, segno che la formazione di Crispian Mills non ha perso la voglia di suonare e di divertirsi. Un passato da star post-adolescenti bruciate troppo in fretta su cui hanno pesato aspettative irrealizzabili, ha forse frenato una band che invece era probabilmente progettata per una dimensione più ridotta (indie?), come evidenzia anche l’etichetta Strangefolk fondata dai Nostri a metà Duemila e responsabile della pubblicazione di questo album.

«C’è materiale un po’ prog. Alcuni brani sono molto anni Sessanta, altri si avventurano nei Settanta», ha dichiarato lo stesso Mills a figure8magazine a proposito del disco, chiudendo il cerchio su un album che non sposta di molto l’immaginario dei Kula Shaker, pur suonando decisamente a fuoco. K 2.0 non è una semplice replica dell’esordio della band: a parte l’iniziale Infinite Sun, non a caso scelto come primo singolo, nel disco non ci sono brani spacca classifica, ma tutto viaggia su un livello diverso. C’è una sorta di consapevolezza che ha a che fare più con la maturità che con il mestiere, con la capacità di sapersi gestire, ma anche con un grande entusiasmo sommato a un buon songrwriting.

Le atmosfere prevalentemente acustiche del discreto Pilgrim’s Progress vengono sostituite da suoni in gran parte elettrici – e il più possibile analogici – ricchi di sfumature: Love B (With U) bisbiglia un bel gospel-soul, 33 Crows non è molto distante dall’immaginario di Bob Dylan, Oh Mary sono i Byrds con un turbante di sitar ma anche i Kula Shaker del 2016 più in linea con quelli del 1996, High Noon traballa tra Morricone, Lee Hazlewood e l’India, Hari Bol (The Sweetest Sweet) è il brano più etnico e mantrico del pacchetto. E pazienza se in Holy Flame sembra di ascoltare a tratti la Coffee & TV dei Blur, se Death Of Democracy non è troppo lontana da certi Coral o se la ricercatezza del testo di Here Come My Demons – brano caratterizzato da uno sviluppo psych-prog da manuale – non è esattamente da Treccani: K 2.0 funziona perché è coerente senza apparire banale, dimostra una certa concretezza di fondo senza suonare paraculo. I Kula Shaker avrebbero potuto furbescamente sfruttare la ricorrenza facendo uscire un K 2, e invece quello zero posizionato dopo il punto fa tutta la differenza.

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