Live Report

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Cambia sempre tutto così in fretta, nel luccicante mondo della musica pop. Così in fretta che è un vero traguardo, per una star come l’australiana Kylie Minogue, brindare alla vita (con tanto di “salute”, in italiano) e a ben trent’anni di onorata carriera in quella giostra gigantesca e multiforme che è il suo ultimo tour a supporto di Golden, arrivato in Italia con una sola data, al Gran Teatro Geox di Padova, lunedì 12 novembre 2018.

La “principessa piccolina” emerge dapprima in TV nei panni di Charlene Mitchell nella soap opera Neighbours, grande successo targato Grundy Television (la cui divisione italiana ha realizzato La squadra e Un posto al sole) e trampolino di lancio anche per Jason Donovan, Russell Crowe, Natalie Imbruglia, Holly Valance e Delta Goodrem. Sotto la guida dei re Mida Stock, Aitken & Waterman (una vera e propria macchina da guerra sforna-hit all’opera con Dead Or Alive, Hazell Dean, Bananarama, Rick Astley, Mandy Smith, Sonia e numerosi altri teen idols dei tardi anni 80, e cui a un certo punto dissero di sì anche veterani come Cliff Richard e Donna Summer) fa centro per la prima volta con The Loco-motion, brano uscito lustri prima dalla penna di Carole King – sì, quella Carole King – e Gerry Goffin.

Il tempo di sfornare quattro album con la PWL e il percorso artistico di Kylie prende sempre più le sembianze delle montagne russe, tra collaboratori di lusso (i Brothers in Rhythm, i Saint Etienne, i Rapino Brothers, gli M People, Nick Cave and the Bad Seeds, i Pet Shop Boys che le scrivono Falling, l’ex Soft Cell Dave Ball che con lei firma Breathe e James Dean Bradfield dei Manic Street Preachers che le confeziona su misura Some Kind of Bliss e I Don’t Need Anyone) e ottimi dischi, coraggiosi nel loro genere, non sempre però con riscontri commerciali all’altezza delle aspettative. Ma la stella di Kylie non è mica spenta per sempre: la sorella Danii sembra pronta a sottrarle lo scettro, e ce la mette tutta, eppure nel 2000 lei torna da regina delle classifiche e dei dancefloor con Light Years, e il successivo Fever la trascinerà in Top Ten anche nella – fino a quel momento – un po’ restìa Italia, forte di un tormentone tra i più indovinati di tutto un decennio. Tra alti e bassi l’unica cosa certa, quando esce un nuovo disco della Minogue, è che si ballerà. Ma non è mai sempre chiaro che cosa si ballerà. Perché lei è fatta così, è ormai abituata a impostare il navigatore e a partire: dai richiami alla disco anni 70 agli omaggi all’R&B sintetico del decennio successivo (Body Language) fino all’electro più sintonizzata col presente di X. Dopo essersi tolta lo sfizio di incidere un album natalizio, nel suo curriculum mancava in effetti solo qualche strizzata d’occhio a Nashville e alle atmosfere country, che prontamente è arrivata con il suo ultimo lavoro Golden, il primo pubblicato col nuovo contratto con BMG.

È dunque una consumata entertainer, la donna che arriva sul palco del Gran Teatro Geox con uno spettacolo studiato nei minimi dettagli, tra video e atmosfere che cambiano in continuazione, il corpo di ballo, i musicisti e le valide coriste che la accompagnano in uno show di quasi due ore. Con l’esclusione di Better The Devil You Know, canzone riproposta diversi anni dopo dagli Steps, le hit del passato remoto sono eseguite in tonalità originale: ciò che colpisce è la nonchalance con cui Mrs. Minogue passa da una fase all’altra della propria carriera, indugiando anche in qualche cover (è il caso di Blue Velvet, di cui sono state incise numerosissime versioni, da Bobby Vinton a Lana Del Rey passando per il duo Tony Bennettk.d. lang) e soprattutto citazioni meta-pop intelligenti e interessantissime: assai riuscito il mash-up che vede Slow sposare Being Boiled degli Human League, come anche la spruzzata di Bad Girls di Donna Summer a contaminare The Loco-motion e una reprise, a circa metà setlist, di The Chain dei Fleetwood Mac. All The Lovers inizia come una ballad intima “da accendini” ed esplode dopo la prima strofa, cambia la progressione degli accordi di Can’t Get You Out Of My Head ma tanto il pubblico la riconosce e la canta entusiasta.

Non sorprende il fatto che ben tre canzoni in scaletta provengano da Fever (manca Come Into My World e i singoli ci sono tutti), e neppure che Kids – su disco è un duetto con Robbie Williams – infiammi il palco con la sua energia; Confide in Me si conferma uno dei pezzi più validi del suo intero repertorio, e pur senza l’intricato gioco di archi dell’incisione in studio, è un momento insieme drammatico, sognante, da pelle d’oca istantanea. Emozionatissimo anche Diego, il ballerino tra il pubblico che viene chiamato a duettare con lei sulla strofa di Where The Wild Roses Grow.

Dal nuovo Golden provengono la title-track, posta proprio in apertura del concerto, ma anche A Lifetime To Repair (una riflessione sugli alti e bassi della vita, con i ballerini che creano un’atmosfera contestualmente più intima sul palco) che dal vivo spicca il volo più che su disco, Shelby ‘68, Stop Me From Falling, Raining Glitter e Dancing. In scaletta ci sono anche Lost Without You (presente nella versione deluxe e qui valorizzata da giochi di laser sul palco) e una New York City che, pur provenendo dalle sessions dell’ultimo lavoro in studio, è rimasta inedita su album. Tra le assenze più vistose, il bel singolo cantato in coppia con Jack Savoretti, Music’s Too Sad Without You, e I Believe In You, scritta da Jake Shears e Babydaddy e presentata in alcune date precedenti del Golden Tour; stupisce pure l’assenza di I Should Be So Lucky, ma a compensarla ci sono Wouldn’t Change a Thing e una Especially For You, intonata dai fan che per un attimo ripongono il proprio smartphone per foto, video e dirette sui social e si sbracciano a scandire parola per parola la glassa che ricopre il fatidico ritornello.

È incredibile come Kylie Minogue, cinquant’anni e una lotta (vinta) contro un tumore, riesca ad essere così padrona del palco senza mai davvero atteggiarsi a diva. In gran forma, si dà ai fan accorsi per lei con generosità, chiacchiera con loro (anche in italiano) e promette che «ci si vedrà alla prossima», chissà con quale nuova trasformazione. Elegante e camp al tempo stesso, dolce ma senza rinunciare alla grinta, stavolta la signora ci ha fatto fare un bel giro iniziando tra i saloon e le strade della Route 66 e facendoci scendere, per premio, nel mitico Studio 54 della Grande Mela. Un’altra grande serata da un calendario, quello di Padova, fitto di appuntamenti con realtà italiane e internazionali (Bryan Adams, con una carrellata di successi, ma anche i musicisti del progetto Dire Straits Legacy e, a febbraio del prossimo anno, due graditissimi ritorni: i Massive Attack che festeggeranno vent’anni di Mezzanine e i Tears For Fears).

Si ringrazia ZED Live per le fotografie

14 Novembre 2018
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