Recensioni

6.5

Parlavamo più o meno un anno fa di questi tempi con Donita Sparks del ritorno in pista delle sue L7. Un ritorno che, non lo nascondiamo, ci ha fatto molto piacere, da nostalgici e affezionati (affezionati sia a loro sia alla loro musica, sia a ciò che queste quattro ragazze ormai adulte hanno rappresentato per una certa generazione, casualmente quella dei coetanei di chi scrive o giù di lì…). Altrettanto piacere – e potrebbe non essere solo una coincidenza – ci ha fatto vedere che anche Kathleen Hanna e le sue Bikini Kill girano di nuovo per i palchi. Un ritorno parallelo che ci permettiamo di considerare come qualcosa di più di un semplice revival legato agli anni ’90, piuttosto come una forma di resilienza culturale oggi più che mai necessaria, visto che quanto portano sul palco le due band è qualcosa che va al di là del medium-messaggio musicale e della sua qualità, peraltro storicamente più che buona se analizziamo le rispettive produzioni di queste due istituzioni del rock declinato al femminile di qualche lustro fa.

Ci saranno sicuramente altri spazi per approfondire meglio il contesto dei due ritorni e l’eredità storica delle L7 e di altre band in un modo o nell’altro vicine. Qui dobbiamo però parlare di un disco nuovo che immaginavamo poter essere interlocutorio e non trascendentale. Così è. Dall’ascolto di Scatter the Rats, uscito per Blackheart Records, che è la stessa etichetta della loro madre spirituale o sorella maggiore Joan Jett, non si esce particolarmente entusiasti, ma a onor del vero nemmeno troppo delusi. Già lo scorso anno le L7 avevano sfornato due pezzi nuovi, di cui avevamo parlato nella nostra intervista e che si sarebbero anche potuti includere in scaletta per ragioni di varietà; il difetto maggiore del nuovo album è infatti di sembrare a volte un po’ troppo monocorde e di mancare di qualche guizzo in più.

Lo stile della band d’altra parte è intatto, e intatta è la grinta con cui le L7 lo declinano in tutte le sue sfumature di punk, metal e power pop. I fan riconosceranno subito la band che hanno sempre amato. Un pezzo più L7 di Burn Baby praticamente non si può scrivere: ce lo dicono quelle chitarrone crunchy in quattro quarti (o otto ottavi, come volete), l’armonia tutta d’un pezzo e i fill di chitarra minimale e postpixiesiana. Anche le figure potenti e sincopate di Fighting the Crave e il boogie metallico con i bassi pompati (e le sbordature atonali) di Proto Prototype rientrano in un repertorio consolidato puntellato di cori aggraziati, affondi bubbletrash con un po’ di glam, blues, rockabilly a fare capolino negli assaggi successivi di queste undici cherry bombs che, se pure non hanno l’incisività o la forza di vecchi anthem, badano al sodo, cioè a rockeggiare senza troppi fronzoli, tra riff duri e ritornelli accattivanti di scuola metal-grunge. Onesto, “classico”, e va bene così.

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