Siamo uniche! Intervista alle L7

Cosa fa Donita Sparks delle L7 a Los Angeles mentre la chiami dall’altra parte del mondo? È in macchina per andare all’appuntamento con la parrucchiera di fiducia. Me lo dice lei stessa mentre ci mettiamo d’accordo per darle il tempo di prepararsi e uscire e fare l’intervista durante il tragitto. È buffo pensarla che si va a sistemare i capelli (sistemare a modo suo) prima di partire per l’Europa, mentre dalla viva voce un po’ smorzata dalla distanza, fidatevi, esce ancora tutto il suo animus pugnandi di rocker fiera e indomita. Non ci credete? Leggetevi la chiacchierata qui sotto (e anche come mi rimbalza tra il serio e l’ironico la stupidissima domanda finale sul festival di Reading del ’92 – quello, per intenderci, in cui rispose al pubblico che bersagliava lei e il suo gruppo con fango lanciando il suo assorbente interno in piena fase di utilizzo…).

Parliamo dei pezzi nuovi, e di un nuovo album in lavorazione adesso che insieme a Suzi Gardner, Jennifer Finch e Dee Plakas – le sue rock sisters in missione per conto di Dio, delle donne, ma soprattutto di loro stesse – ha rimesso in pista la vecchia band. Le chiedo della politica americana e finisce che è lei a consolarmi, sinceramente dispiaciuta per gli sviluppi recenti di quella italiana. È così, forte e dolce al tempo stesso – tale e quale al grunge-metal delle L7, chitarre sporche e ruggenti e melodie che ti colpivano di soppiatto come quella di Pretend We’re Dead (se l’avete sentita, ve la ricordate di sicuro) che fece da battistrada al loro album Bricks Are Heavy. Quel suono così duro e che prendeva a pugni gli stereotipi di genere a cui tutti eravamo un po’ (male) abituati: «Got so much clit she don’t need no balls», cantavano nel loro inno Fast and Frightening sul mini Smell the Magic, un ritratto sonoro a tutta velocità (saranno cresciute a LA ma volevano essere come i Mötörhead, mica come i Poison…) che le mostrava un po’ come erano, ribelli e sfrontate ma con un cuore, “politiche” ma per una politica dei sentimenti.

Anche adesso che sono tornate non le mandano a dire, eppure la rabbia pura non fa per loro: Donita preferisce un messaggio forte che si possa ballare, e come darle torto. L’appuntamento per l’Italia è il 28 giugno, quando saranno al festival Punk in Drublic a Milano. Ci sarà da ballare quindi (e da pogare). Mancherà probabilmente Dee, che si è rotta un braccio ed è stata costretta suo malgrado a tornare negli States. Le altre tre però non si sono date per vinte e continuano, determinate ora più che mai.

Avete scritto e diffuso due nuove canzoni, Dispatch from Mar-A-Lago e I Came Back to Bitch. Quando e come avete lavorato su questi nuovi pezzi?

Di Dispatch from Mar-a-Lago ho iniziato a comporre la musica l’anno scorso, poi io e Suzy abbiamo scritto il testo poco prima di registrarla. We Came Back to Bitch l’ho scritta io per intero. Abbiamo registrato in digitale con Pro Tools ma in presa diretta, suonando in studio come fosse un live e senza fare troppe sovraincisioni.

Avevi già usato il digitale in passato con le L7?

Per il mio disco solista di dieci anni fa, Donita Sparks and the Stellar Moments, anche in quel caso ho lavorato in Pro Tools e fatto quasi tutto da sola. Ma adesso che mi viene in mente anche l’ultimo disco delle L7, Slap-Happy, lo avevamo registrato in digitale.

Se Dispatch from Mar-A-Lago parla ovviamente di Trump, I Came Back to Bitch ha un altro messaggio forte, e un tono da invettiva. Vi scagliate contro qualcuno in particolare o è più un modo per dire “siamo tornate, siamo qui e siamo più arrabbiate e forti che mai”?

Guarda, puoi darle un significato politico se vuoi, ma è prima di tutto una canzone contro gli ipocriti, contro l’avidità, e potrebbe tirare in ballo tante, tante persone a cui si potrebbe ispirare. Parla anche di noi, certo, perché siamo quelle che sono tornate a farsi sentire, we came back to bitch no?

Avete mai pensato che il clima politico di oggi negli Stati Uniti ricorda un po’ quello che avete vissuto all’inizio della vostra carriera, quando i punk si ribellavano all’idea d’America di Reagan e poi di Bush. Si torna indietro invece di andare avanti…

È tutto il mondo che mi sembra tornare indietro; vedere Trump alla Casa Bianca è stato un duro colpo. Lui è persino peggio di George W. Bush, per la mancanza di educazione e rispetto che mostra di continuo. Ma da quello che ho capito anche in Italia non siete messi così bene…

Hai capito bene. Non ce la passiamo bene neanche noi e direi che è colpa nostra…

Mi dispiace, mi dispiace davvero, tutto quello che possiamo fare, io e te, è continuare a fare arte e a scriverne, e dare il nostro contributo come persone, per quelli che siamo. Partecipare, dare una testimonianza e fare sentire il nostro parere su quello che succede. È il momento giusto per il ritorno delle L7, perché ci sono tante cose per cui farsi sentire: noi siamo pronte. È anche vero che vogliamo insistere troppo su certi argomenti; pure se tutti ci ricordano per la grinta e la rabbia, la nostra è una rabbia che nasce da tormenti personali. Non siamo una band soltanto politica, anzi non siamo una band politica, punto; scriviamo della nostra vita.

È proprio quello che vi volevo chiedere: pensate che ci sia più bisogno di band così, di gruppi come voi proprio adesso?

Tutte le forme d’arte devono saper reagire a queste situazioni, però il rock and roll è qualcosa che oltre a esprimere rabbia deve avere un bel ritmo e si deve ballare. Per farlo bene oltre alla rabbia c’è bisogno di frasi accattivanti, di una bella melodia e di saper scrivere belle canzoni. Le band che esprimono solo pura rabbia non mi interessano se non hanno niente che mi cattura; è meglio quando hai un messaggio che si può anche ballare.

Avete già pronti altri pezzi per l’album che verrà?

Ne abbiamo scritti un altro paio, ma non li facciamo nei concerti, perché non sono ancora pronti per essere suonati in pubblico.

State comunque lavorando con l’idea di pubblicare presto un nuovo LP?

Sì, abbiamo intenzione di registrare e di pubblicare un disco per febbraio dell’anno prossimo. Ci sarà da aspettare ancora un po’ perché adesso volete tutti il vinile. La possibilità di diffusione che ti dà il formato digitale – a partire dal fatto di poter diffondere un disco appena lo hai finito di registrare – io la adoro, ma fare un’edizione in vinile significa aspettare i tempi di stampa del long playing che sono lunghi, perché solo poche fabbriche al mondo se ne occupano ormai.

Adesso che dopo tanti anni siete tornate insieme, noti delle differenze nel vostro modo di suonare?

Direi che in generale suoniamo meglio, siamo musiciste più brave.

I social media hanno avuto un ruolo importante nella vostra reunion. Avete mai pensato che se li aveste avuti a disposizione all’epoca forse non vi sareste sciolte?

Eravamo comunque senza più un manager e una casa discografica, e senza soldi. Abbiamo fatto uscire Slap-Happy perché un nostro amico lo ha prodotto senza chiederci nulla. Forse avremmo potuto farcela ad andare avanti se fossero esistiti i social media, ma non avevamo niente di tutto questo, eravamo senza soldi e ci siamo sciolte.

Avete detto nel documentario Pretend We’re Dead che la vostra generazione cercava soprattutto «qualcosa di autentico». La vostra idea, oltre che autentica, era molto particolare, avete preso elementi metal, punk, “grunge” e avete creato qualcosa di speciale…

Venivamo dalla scena art-punk di Los Angeles e suonavamo hard rock; per quei tempi era qualcosa di unico. È così che è nata la “ricetta” originale delle L7. Che poi si è arricchita nel tempo, ma all’inizio quella ricetta eravamo io e Suzy che frequentavamo gli artisti di LA. Il suo amore per il metal mescolato al mio amore per il punk: è il “marchio” delle L7. Poi lo hanno chiamato grunge ma il nostro background art-punk ci rendeva diverse dai Nirvana e da tutti gli altri, eravamo uniche.

Sentite la stessa urgenza nei musicisti più giovani o semplicemente anche l’idea di ciò che è autentico cambia da una generazione all’altra?

Penso che l’idea cambi con il tempo. I T-Rex erano autentici? Sì. E David Bowie? Certo, ma è diversissimo dai Ramones che erano altrettanto autentici. O da Iggy Pop. A volte autentico è qualcosa di molto glam o al contrario di molto “sporco”; penso che, sì, dipenda dal momento.

Il vostro era un momento speciale in cui band non convenzionali come la vostra potevano arrivare al successo. C’è margine oggi per una nuova rivoluzione “culturale” di quella portata?

Io penso di sì, il movimento grunge, o per meglio dire la scena grunge – perché era più una scena che un movimento – ha portato tante donne a suonare nelle band, ed è un grande merito che non viene troppo sottolineato. Le radio rock popolari che prima erano dominate dall’heavy metal e dal suo mondo tutto al maschile, con il grunge hanno dato finalmente più spazio alle donne; potevi ascoltare le Breeders passare alla radio e anche noi L7. C’è stata più correttezza [parla proprio di politically correct inteso in senso positivo, NdSA.] nella musica dei ’90 che in quella degli anni ’80.

Voi stesse sentite di avere lasciato un’eredità a proposito di quel cambiamento? Ci sono artiste più giovani che sentite in qualche modo vicine?

No, ma non seguo molto la scena attuale. Nessuno ha una “ricetta” come la nostra. Noi abbiamo la rabbia, il sense of humour, siamo assurde, aggressive, vulnerabili, spavalde, siamo uniche e lo dico nel modo spero più obiettivo possibile, perché dopo che siamo state fuori dal giro per tanti anni, ho avuto il tempo di riflettere su noi stesse, e anche il documentario che abbiamo fatto mi ha dato spunti per guardare al nostro passato, pensare e dire la mia sulla band in maniera onesta e obiettiva. Scusami ma il nostro tempo a disposizione sta scadendo, la parrucchiera già freme e mi sta guardando male… Ti ringrazio tanto, e se vuoi abbiamo tempo per un’ultima domanda…

Allora ti faccio la più pericolosa… [È il momento Vanity Fair anzi Vanity Fail…,NdSA]

Ok, ok…

Dopo tanti anni in quanti ti chiedono ancora del famoso festival di Reading del ’92?

Se proprio vuoi saperlo sei il numero 4999… [potevo fare cifra tonda, peccato, NdSA]

19 giugno 2018
19 giugno 2018
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