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Staccatasi definitivamente dal compagno di gruppo Ben Langmaid, Elly Jackson prosegue in solitaria con un terzo disco dance electro pop che già dal primo singolo International Woman Of Leisure non si discosta molto da quanto già detto in precedenza. In una lunga intervista a Dazed uscita con largo anticipo (a novembre 2019, seguita almeno da altre due sull’Evening Standard e Fader), la cantante britannica ha dichiarato di essersi concessa un intervallo temporale di sei anni dal precedente lavoro Trouble In Paradise a causa di un nuovo lavoro sulla voce (prima del tour del secondo disco aveva subito un intervento alla laringe che si credeva fosse per curare un cancro, poi smentito), la fine di una storia decennale con la partner, un “mini” esaurimento nervoso, un rigetto totale per le tracce scritte nell’arco di tre anni, un cambio di manager e di etichetta (non più con Polydor) e infine una presa di coscienza che le ha fatto comporre il disco nel giro di tre mesi.

Supervision è stato scritto in solitaria, interamente nello studio casalingo a South London: in certi punti rimanda alle chitarre di Nile Rodgers (il singolo già citato), artista con cui la Jackson avrebbe dovuto collaborare addirittura per un album con il moniker White Lies, o alle linee melodiche pop di George Michael (Do You Feel), rivelando nella cover un potente rimando allo stilosissimo Bowie di Low. Prodotto da Dan Carey (Hot Chip, Bat For Lashes, Black Midi), l’album non si distacca però dalla fascinazione per gli anni ottanta che da sempre contraddistingue lo stile vocale di Eleanor (onnipresenti i rimandi alle Bangles nei raddoppi vocali a cappella). Per essere stato composto velocemente e in solitaria dopo un periodo di (pochi) alti e (molti) bassi, la Jackson galleggia su un mare di buoni propositi irrisolti che evidenzia come la formula del white pop pulito e sbarazzino anni ’10 stia iniziando a cristallizzarsi e a pesare oltremodo.

Il lavoro si ascolta senza problemi, anche se il ricordo dopo qualche ascolto è troppo labile, specialmente a causa dell’uptempo funky di Automatic Driver, del reggae synth di Everything I Live For e Otherside o nel rimando a Prince nelle melodie di He Rides. Buoni i singoli e la ballad da piano bar postmoderno Gullible Fool. Ci aspettavamo qualcosa di più vario, lungo (sono solo 8 i pezzi in totale) ed elaborato dopo 6 lunghi anni di silenzio. Un atteso comeback che si rivela purtroppo un flop.
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