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Pur non godendo di una stampa specializzata favorevole come accade per altre realtà, l’etichetta francese InFiné è indubbiamente tra le più attente nel raccontare il presente dell’Europa (e non solo) in musica. Così, dopo aver contribuito in passato con il fidato Rone a definire le possibilità di un’elettronica più pop, negli ultimi tempi ha sfornato una serie di lavori di chiara ispirazione world, accompagnando le proprie riflessioni soniche a una presa di coscienza sempre maggiore dell’ingombrante (e mai completamente chiuso) passato coloniale della Francia.

Così, se Deena Abdelwahed ha scelto di arricchire la propria techno con un misticismo e spezie molto mediorientali, Leonie Pernet ha inserito nel suo pop-rock cantautorale un’African Melancholia strettamente connessa con il tema della diaspora e le politiche europee di respingimento, ma una citazione particolare merita anche Jérémy Labelle, nato a Rennes in Bretagna da una coppia mista, la madre bianca e francese, il padre originario invece del possedimento d’oltremare della Reunion. E proprio l’isola nell’Oceano Indiano ha un ruolo assolutamente centrale nella musica proposta da Labelle che, dopo un esordio più convenzionale, ha scelto d’intraprendere a ritroso la lunga strada percorsa dal babbo, riscoprendo dunque le proprie radici alla Reunion e con esse tradizioni musicali di cui aveva una conoscenza solo marginale.

Univers-île, uscito nel 2017 sempre per InFiné, integrava dunque elettronica, pop da camera e la multiforme e ricca coltura isolana (che pesca in egual misura dai colonizzatori, dall’Africa e dall’India, in un crogiolo davvero unico di religioni, lingue, civiltà ed espressioni), mentre il nuovo Orchestre Univers aggiunge al già complesso e affascinante mix anche una componente orchestrale (che finisce per risultare quasi preponderante nell’insieme): registrato nei quattro principali teatri lirici dell’isola situata al largo del Madagascar, l’album riprende due brani già noti (l’avvolgente e romantica Soul Introspection, la più ambientale e fiabesca Playing at the end of the universe), ma ha il suo vertice nei sette vorticosi minuti di una Re-Creer in cui le influenze del vicino subcontinente indiano vengono rielaborate secondo i suggerimenti del minimalismo americano.

Ascolto forse più impegnativo del previsto, ma anche coinvolgente ed appagante, Orchestre Univers corona degnamente le ambizioni del suo autore e conferma, ancora una volta, come il discorso post-coloniale sia assolutamente centrale pure nella definizione dell’attuale corpo sonoro mondiale.

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