Recensioni

7.4

Se dovessimo interrogarci su quali sono state le novità principali in ambito elettronico di questo 2018, una delle possibili risposte potrebbe guardare alla presenza, sempre maggiore, di opere rilevanti firmate da artisti provenienti dal mondo arabo: se l’exploit di Omar Souleyman nel 2013 rappresentava finora un unicum nel panorama dance più inclusivo (e, considerata l’età stessa del cantante siriano e l’attitudine turistica, quando non direttamente parodistica del progetto portato avanti, inizialmente, da Four Tet, neanche così pertinente), negli ultimi dodici mesi si sono moltiplicate le occasioni in cui abbiamo parlato di producer, dj e sperimentatori legati alla tradizione islamica e ottomana. Dal grime, ovviamente contaminato e futuribile del turco Sami Baha e dell’egiziano Zuli, all’electro-etno nord-africano del collettivo AMMAR 808 possiamo dunque seguire una linea cronologica che arriva adesso a Khonnar, opera prima della tunisina Deena Abdelwahed, in uscita per InFiné.

Cresciuta artisticamente prima in patria e successivamente in Francia, la producer in breve tempo si è distinta per un suono techno già maturo, riccamente elaborato e stratificato, come dimostrato anche nel breve ep d’esordio Klabb; il nuovo Khonnar mette in mostra ambizioni ancora maggiori presentandosi come un lavoro non esclusivamente orientato al dancefloor, ma pensato per un ascolto più attento e concentrato. Le nove tracce, registrate nello studio barcellonese di Edu Tarradas (grande appassionato di sintetizzatori modulari la cui influenza emerge nel noise ronzante ed insistito di A Scream in the Consiouness), non rinnegano comunque mai l’iniziale passione techno dell’autrice, ma sublimano una concezione del suono e del ballo che è quasi sciamanica: infatti, tra onomatopee che si fanno ritmo (Ababab) e melodie medio-orientali spalmante su battiti techno riverberati, minimalisti ed a tratti industriali (Fdiha, 5/5), l’impressione è quella di assistere ad un rito in cui tradizione e modernità, edonismo e sacralità s’incrociano e scontrano ripetutamente (Al Hobb Al Mouharreb). Non è un caso quindi che l’opening-track Saratan suoni dunque come i Dead Can Dance remixati da Kerridge: suoni ibridi e sorprendenti da un mondo sempre più piccolo e comunicante.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette