Recensioni

6.5

In principio erano gli Stereolab; ora c’è Laetitia Sadier. Dal 2010 l’artista francese si è prodigata in opere sortilegio, vuoi per la natura eterea e, al contempo, inquietante della sua voce, vuoi perché a monte c’è sempre un barlume di intelligenza implicita. Finding Me Finding You è il figlio prematuro della “nuova” identità della Sadier: Laetitia Sadier Source Ensemble. Oltre ai semper fidelis Emmanuel Mario e Xavi Munoz, troviamo al flauto e alle tastiere David Thayer, Phil M FU e Mason le Long alla chitarra.

La prima prova di forza con gli Ensemble, nel 2014, si era rivelata vincente: Something Shines era poderoso e, in nuce, conteneva una promessa di ricerca. E, in quanto a promesse, la stessa Sadier ammette la sconfitta perchè «We make promises of eternity When really a heart needs to run open and free». Ed è un peccato, perché c’è del fascino nella corposità liquida che ci trascina verso un ascolto più attento. La spensieratezza di una bossa nova naïve (Undying Love For Humanity), armonie vocali incerte e più assillanti (Double Voice Extra Voice), e la Sadier è brava in questo; un ludico pop psichedelico (Psychology Active) fino allo scadere nell’atonalità, sciorinando pensieri in francese impossibili da scacciare (Committed). È una miscela cinematica: in questo contesto musicale (dove ogni genere sembra attratto da un campo gravitazionale) non stonerebbe un film di fantascienza rétro.

Disseminati qua e là ci sono synth, inflessioni eighties, incursioni cosmische morte prematuramente e irritanti riflessi disco. In Deep Background la Sadier assume una posa così esagerata da toccare picchi melodrammatici: in questo caso il vuoto non è un sostegno strutturale. Le citazioni del flamenco (The Woman With The Invisible Necklace) risvegliano l’ascoltatore dal torpore iniziato a metà album. L’emotività che aveva reso la Sadier una delle voci più rassicuranti (in termini di produzione e qualità) del nuovo millennio, tuttavia, svanisce in un puliviscolo di intenzioni. Le chiama “geometrie”, ma hanno l’aspetto della ricerca di un’identità che non sia solo a livello sonoro: tra sguardi al passato e richiami al futuro, la musica marcisce sottopelle.

La conoscenza dipendente dalle esperienze ed emerge dai testi: «Love has to be reinvented» chiosa Laetitia in Love Captive. Ed è proprio questo il pezzo che ci lascia immaginare quello che avrebbe potuto essere l’album. Love Captive, un duetto con Alexis Taylor (Hot Chip), ricorda l’avanguardia di Dickie Landry, eppure si ritorna sempre ai connazionali Air planando su filigrane lounge, ambient e downtempo. Si passa dall’art pop, nell’accezione più raffinata del genere, a una sorta di democrazia musicale, e va bene, va bene tutto. L’unica incognita qui è la direzione da intraprendere.

Non voglio credere che tutta l’energia dei precedenti album sia andata dispersa tra le intenzioni e la musica che ce le ha fatte conoscere. Non voglio crederlo e non dovreste neanche voi.

 

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