Recensioni

6.8

Qualche secondo (sedici, per la precisione) di silenzio rotto dall’entrata in scena discreta eppure risoluta di un piano: impossibile non andare con la mente (col cuore) a Spirit Of Eden, a quell’economia di note e timbri che nel capolavoro dei Talk Talk stabiliva il perimetro di un luogo, i termini di una dimensione, con le sue regole, le sue frequenze, i suoi silenzi. Le similitudini si fermano qui, ma resta quel senso di decompressione e di necessità, pure se estemporanea, di accadimento inafferrabile malgrado sia stato impresso nei solchi di un vinile (o catalogato su una qualunque piattaforma: ci siamo capiti) e consegnato per sempre al nostro bisogno di immaginario ulteriore. Reservations, il pezzo stritolacuore targato Jeff Tweedy che sigillava la scaletta del capolavoro Yankee Hotel Foxtrot, apre la scaletta del qui presente TRIP, una versione assorta e dilatata (oltre tredici minuti, quasi il doppio rispetto all’originale), non troppo distante da ciò che ne fecero i Wilco ma appunto condotta sulla soglia della pura essenza e lì lasciata decantare, in una sospensione di particelle acustiche, elettriche ed elettroniche (altra suggestione: i Sigur Ros più minimali) che indica con chiarezza il terreno su cui i Lambchop hanno deciso di consumare questa ennesima prova: una dimensione affettiva dissociata, refrattaria ai ritmi, alle prassi, ai rituali standard, con l’obiettivo di cogliere il frutto fragile della passione residua.

Sostiene Kurt Wagner nelle note di presentazione che l’idea del disco – il quattordicesimo, a poco più di un anno dal buon This (is what I wanted to tell you) – gli è venuta come alternativa  a un tour che sarebbe stato “economicamente disastroso”. La pandemia non c’entrerebbe nulla, dal momento che le incisioni sono avvenute a inizio dicembre 2019, a quanto pare si è trattato di un puro, semplice e sacrosanto: che cazzo ci andiamo a fare in tour?

A tal riguardo, apro una parentesi: adoro l’aura di strisciante dopolavorismo che la band di Nashville si porta dentro anche dopo tutti questi anni, la sensazione che, per quanto ricercata e intensa sia la loro proposta, ciò che conta davvero stia sempre da un’altra parte, tra le cose della vita di cui le canzoni possono essere al più una chiosa, un corollario, un borbottio emblematico ma accessorio. Chiusa parentesi.

Il buon Kurt avrebbe quindi invitato gli altri membri del gruppo a scegliere un titolo di un artista amato per concepirne una rilettura da realizzare in breve tempo. Tra le altre cose, aggiunge Wagner, si è trattato di un modo per verificare “cosa può accadere se mi estraneo dal processo creativo e dal contenuto”. Approccio interessante, certo, ma alla fine si tratta della solita vecchia cosa: un disco di cover.

Il programma snocciola sei tracce in tutto, senza l’ombra di un filo conduttore che non sia appunto la predilezione personale, che ondeggia dal country di Where Grass Won’t Grow (portato al successo da George Jones) a Love Is Here And Now You’re Gone delle Supremes, passando da Golden Lady di Stevie Wonder alla fumigante Shirley dei Mirrors, per approdare infine a Weather Blues, un pezzo inedito (tu chiamala, se vuoi, cover) firmato da James McNew, bassista degli Yo La Tengo. Soul e RnB, garage psych e (alt-)country si stemperano quindi in una pasta sonora assieme rilassata e guardinga, in cui il fuoco espressivo appare come decentrato, anzi centrifugo (e per molti versi anche ignifugo). Sembra che ogni canzone sia la stanza in cui si consuma una febbre gelida di presente con un piede nella nostalgia e l’altro impegnato a calpestare l’assenza del futuro, verso il quale non si prova più alcuna ansia, casomai un languido sbigottimento. Canzoni-stanze in cui aggirarsi, per esplorarne le possibilità, i risvolti, le vene profonde, senza una direzione predefinita (quello che Wagner chiama “processo”), un po’ come farebbero dei rabdomanti o dei flaneur. Da cui, presumo, il titolo del disco: TRIP, viaggio. Allusioni psichedeliche incluse. 

Ad uscirne esaltate non sono tanto le canzoni quanto l’angolazione con cui si ascoltano (si sentono), il modo in cui le lasciamo sprofondare e – nel caso dei musicisti – riemergere, e come tutto ciò sia principalmente funzione del tempo. Vedi come Shirley mantiene sia la grana ruvida che la vocazione spacey della seconda parte, passando tuttavia dal tunnel di disincanto di quest’epoca che ha smesso di credere alla canzone come chiave per scardinare la percezione standard. Oppure vedi ciò che resta dell’originale irrequietezza sentimentale in Love is Here and Now You’re Gone: sussulti asprigni e quasi meccanici a bagno in una giocosità spaesata. Un po’ il negativo di quel che accade a Where Grass Won’t Grow, nella cui cadenza distesa i fantasmi country-folk sembrano come disinnescati in una gelatina tiepida e agrodolce, o in quella Golden Lady sospesa in una caligine quasi livida. Chiude la malinconia affranta ma luminosa di Weather Blues, al cui carillon indolenzito Wagner presta una delle sue prove vocali più sentite da anni a questa parte.     

Un album defatigante? Sì. Interlocutorio? Certo. Lo si potrebbe persino catalogare come un diversivo, con qualche elemento – tra l’altro dichiarato – di opportunismo. Non un capitolo cruciale insomma, nella discografia dei Lambchop e neppure per le sorti del disgraziatissimo 2020. Eppure, si tratta forse di un disco emblematico proprio perché in qualche modo racconta il lungo e vasto collasso (di prospettive, di ambizioni, di immaginario) che ci troviamo a vivere in questi strani tempi.   

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