Recensioni

7.5

Mi è sempre piaciuta l’etimologia. Indagare cioè un senso profondo, antico, talvolta perduto oppure collaterale in parole di utilizzo corrente, che proprio l’utilizzo nel tempo ha rivestito di un senso fin troppo consueto, di un bozzolo calcificato. Prendete il verbo “errare”: il suo significato è duplice, ma quello originale è “vagare, andare in direzioni non precisate”, da cui discende quello di “sbagliare”, quindi il concetto di sbaglio, di errore. Il significato di errore pesca quindi in quello di vagare, come se una mancanza di direzione chiara, un muoversi senza certezze e senza fondamento abbia rappresentato in chissà quale momento del sentire comune (della Storia) una deviazione dal giusto, dal retto procedere. Dal giusto.

A questo punto prendete i Lambchop. Kurt Wagner si è sempre posto – con quel suo progetto che è la sua band – in una terra di confine tra cose, inclinazioni, forme diverse come il soul, il country, una certa allure acida a stiepidirne le fribrillazioni pop, eventualmente arieggiate jazz. Da questo punto di vista, non si sono mai fatti stanziali, non riuscivi a catalogarli nello scaffale di questa o quella scena. Recensire i dischi dei Lambchop da sempre significa svuotare i cassetti delle categorizzazioni e mescolare il contenuto. Tutto questo però non è stato ottenuto a forza di svolte stilistiche, semmai in virtù di un cuore poetico che pulsa mobile tra le varie parti del corpo espressivo, rendendo assai difficile – se non impossibile – determinare quale ne sia il centro e quali le estremità. Esprimere, per i Lambchop, è sempre stata un’attività erratica.

L’anomalia di FLOTUS, l’album – il dodicesimo – uscito nel 2016, era soprattutto questo: per quel suo deviare su territori così evidentemente diversi – dal neo soul con voce effettata ed espedienti radiofonici fino a un kraut fluviale – autorizzava a parlare di svolta. Lo fu, in effetti. Tre anni più tardi, oggi, arriva This (Is What I Wanted to Tell You), che supera quella svolta e lo fa metabolizzandola. Che i Lambchop siano sempre più il progetto di Wagner lo dimostra già il suo faccione in copertina (anche se la paternità dei pezzi va divisa col tastierista Matt McCaughan), quanto al contenuto, beh, anche sul fronte della forma del suono, il rischio – calcolato – è che il trattamento della voce di Kurt occupi la scena, divenga il sapore dominante. I pitch, il vocoder, le diavolerie messe in moto per sfalsare il canto su un piano che è simile ma collaterale a quello di tanto autotune nel pop e nella trap contemporanei, sono la prima cosa che sentiamo, soprattutto noi che dai Lambchop negli anni ci siamo abituati ad attenderci certe cose, riservando loro certe modalità di ricezione, pure se – come dicevo sopra – non troppo definite, in bilico tra confini, tra le linee. Si tratta di un equivoco: comprensibile, certo, quasi indotto. Ma è un equivoco. Soprattutto: superabile. Ascolto dopo ascolto.

Quello che in FLOTUS poteva passare per un’escursione, un azzardo, una discontinuità nel repertorio, funzionale proprio in virtù della sua estemporaneità e di un auspicabile successivo rientro alla base (una base perlopiù acustica e blandamente elettrica, comunque afferente la dimensione dell’analogico), si consolida invece col nuovo album, suggerendo in tal modo che possa trattarsi di un vero e proprio approdo formale, espressivo e (quindi) poetico. Circa il quale, ci sono alcune cose che mi sento di dire, a partire da quello che credo non si debba dire: innanzitutto, non sembra affatto il frutto di una fregola avanguardistica o nostalgica (nel meraviglioso mondo del pop-rock le due cose spesso si sovrappongono, a volte persino coincidono), il modo cioè per far affiorare influenze sepolte e tensioni prospettiche altrimenti poco intuibili, vedi l’ultima sorprendente uscita di Stephen Malkmus, che però denuncia – oserei dire progettualmente – una certa autoreferenzalità, quando non un pizzico di autoindulgenza o la semplice smania di dimostrarsi (anche, ancora) “in grado di”, strappandosi alla prevedibilità tipica delle carriere in fase discendente (o non più ascendente, ad esser buoni).

Aggiungo: This (Is What I Wanted to Tell You) non è neppure – o almeno non sembra proprio – un modo per agganciarsi al treno del presente per sfruttarne l’appeal, per accattivarsi chissà quali playlist radio o streaming (ci mancherebbe) oppure semplicemente per sintonizzare la sensibilità su frequenze più contemporanee (sull’autotune nel pop e nella trap ho detto la mia a suo tempo qui), inglobando forme capaci di restituire mimeticamente l’oggi perché nell’oggi diffuse (come nel caso, mi pare, di un Bon Iver). Il lavoro di morphing sulla voce di Wagner è infatti assai articolato e misurato, tutto sembra fuorché un “giocherellare”: laddove il (soul)pop e la trap utilizzano l’autotune per traslare su un piano estetico artificiale col preciso scopo di (accontentandosi di) rimarcare la distanza dalla banalità (quando non dallo squallore o dall’ostilità) del quotidiano, approdando così a un nuovo livello di banalità, nel caso degli attuali Lambchop le finalità sembrano opposte, ovvero testimoniare l’ineluttabilità (o, meglio, la compenetrazione) del digitale nel quotidiano. Il timbro di Wagner viene pitchato e filtrato in modo da sprofondare in un bagno di perturbazioni sintetiche che sembrano proprio voler rappresentare questa pervadenza, il muoversi sulla linea d’ombra tra realtà e informatica, tra intimo e rappresentato, tra indicibile e condiviso che sta sedimentando come prassi del vivere, sociale e – anche, sì – individuale.

E la musica, attenzione, è strutturata allo stesso modo. La morbidezza della ballad country-soul e lo sfarfallio jazzy ci sono ancora, c’è un “suonare” che dissemina a bella posta segnali di fragranza analogica (soprattutto il piano e l’armonica), forma e sostanza insomma sotto una pellicola di altro (un altro digitale, robotico) per un impasto che trasfigura il suono, lo delocalizza, sposta la frequenza del suo accadere, obbligandoci a regolare la sintonia. Dove? Siamo ancora lì, dalle parti di un “errare” che proprio nel suo essere negazione, non luogo, sbaglia, (e quindi) comunica un difetto di sistema, l’incompatibilità tra umano e post-umano che sedimenta e si fa codice, attimo dopo attimo dopo attimo. Ancora: si fa interfaccia tra percezione e sensazione, tra emozione e riflessione. Tra sento e sono.

La differenza tra le ibridazioni – per così dire – massimaliste (ad esempio degli U2 nei primi Novanta e dei Radiohead nei primi anni Zero, ma anche di tanta folktronica), sta appunto nell’approccio minimalista, imploso e intimo anziché generazionale o addirittura epocale. Viene infatti da pensare più ai Blue Nile di Hats (tolto un pizzico di romanticume piacionista), a una versione prosciugata del para-gospel cibernetico di ANOHNI, a dei Books a cui abbiano iniettato germi soul (a litri), persino ai Flaming Lips abbacinati e indolenziti altezza Yoshimi (ascoltatevi The Air Is Heavy And I Should Be Listening To You e ditemi se non avrebbe potuto starci, in quel disco), o ancora a dei Talk Talk in bilico tra i cascami synth e le ineffabili dispersioni blues-jazz. Ciò che sembra interessare a Wagner è lo sviluppo di sequenze a corto raggio, che traccino cioè perimetri attorno a situazioni ristrette così da avvicinare l’obiettivo al sentire calligrafico dell’io narrante, ai risvolti sottili, ai palpiti più frammentari, così privati da risultare balzani ed enigmatici. La sua lettura del presente deve partire da un intimo scrutare (opposto all’oscuro scrutare tipico di tanta distopia), dove l’intimo è terra di fragilità e mistero, di errore e di errare, di spostamenti lievi e illuminazioni fugaci ma nitide, dirimenti.

C’è in queste canzoni un’arrendevolezza diffusa che ingaggia una contesa ad intensità variabile col mood, si tratti della sbrigliata Everything for You, della languida Crosswords, Or What This Says About You o della soffice The December-ish You: si noti l’insistere sulla seconda persona singolare, l’attitudine vocativa, il senso di dialogo impregnato di confidenzialità. “You” è presente in tutti i titoli tranne uno, quello della conclusiva Flower, la traccia più nuda, una ballad frugale benedetta dall’armonica leggendaria di Charlie McCoy: potrebbe essere il segnale di un percorso già compiuto, di un “riveder le stelle” che è sì (inevitabilmente) notturno, ma che si aspetta un nuovo giorno, prima o poi.

Si tratta quindi di un grande album? Forse no. Ma, a mio avviso, non è importante. Mancano – ok – le intuizioni melodiche di livello altissimo (anche se mai clamorose: in questo c’è continuità) dei lavori migliori (che per me sono Nixon e Is A Woman, ma il dibattito è aperto), le canzoni preferiscono errare – appunto – attorno a un filo teso d’inquietudine, di ebbrezza vulnerabile, di abbandono, tuttavia la scrittura è complessivamente buona e regge gli ascolti ripetuti, che anzi ne rivelano la robustezza schiva. Direi anzi che proprio questo aspetto è funzionale all’idea di album come formato di un unico “discorso”, caratteristica che se da un lato renderà più ardui passaggi radiofonici, riconoscimenti e – casomai rappresentasse ancora un parametro significativo – grandi incassi, dall’altro elegge This (Is What I Wanted to Tell You) a testimone articolato di un momento, questo momento, così fragile e cruciale. I Lambchop – Wagner – col tredicesimo album in un quarto di secolo sembrano più interessati a gettare il proverbiale sassolino nello stagno, nelle acque agitate e torbide di un presente che non abbiamo mai iniziato davvero a decifrare. Non da così vicino.

Voti
Amazon

Le più lette