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Uscito originariamente sul finire dello scorso 2018, Brancusi Sculpting Beyonce è il disco d’esordio di Lamin Fofana, allievo di Dj /rupture e producer di stanza a Berlino, attivo sin dal 2010 con diverse produzioni e la gestione dell’etichetta Sci-Fi & Fantasy (su cui ha mosso i primi passi anche il più chiacchierato Lotic): passato pressoché inosservato, l’album è stato meritoriamente ristampato a inizio anno dalla Hundebiss dell’italiano Simone Trabucchi (Dracula Lewis e STILL), inaugurando così un 2019 decisamente prolifico per Fofana. Infatti, contemporaneamente alla reissue veniva anche annunciato un nuovo lavoro, Black Metamorphosis, che vede ora la luce, pubblicato proprio su Sci-Fi & Fantasy.

Nonostante li separino soltanto pochi mesi, i due lavori non potrebbero essere più distanti: entrambi riflettono sulla diaspora africana in Europa, ma mentre il primo dei due s’ispira a un verso di Mike Ladd tratto dalla canzone Blonde Negresse contenuta in Negrophilia, un’opera ispirata alle influenze black dell’arte parigina nei primi decenni del Novecento, il secondo pare piuttosto cercare possibili collegamenti tra afrofuturismo e i cultural-studies avviati negli anni settanta in Gran Bretagna su traiettorie spesso ambient. Così Brancusi Sculpting Beyonce suona più vario, spaziando da incursioni dub (la pulsante ed etnica Raffla Arms, la vorticosa Unknown Riddims) ad avanguardisti esperimenti UK-funky (una Confrontation indubbiamente debitrice verso le idee di una Fatima Al Qadiri), dall’idm più gommosa dei primi Mouse on Mars (Searching for Memory) alla drone-music frammentata e luminescente di Oneohtrix Point Never, evocato nella conclusiva e più pacificata The Black God Cries Sometimes Too. (6.7)

Meno eclettico, ma anche più coeso risulta invece Black Metamorphosis: aperto dall’inquieto talking-soul di I’m Your Question, l’opera prosegue per quaranta placidi minuti dove memorie afro dialogano con un’elettronica abbastanza accademica (come evidenzia una Dawn in bilico tra percussioni tribali e avvolgente noise digitale), fino alla lunga e liquida I Sail the Dark River (Edit), che sembra addirittura omaggiare Conrad nel titolo. (6.8)

È una musica sempre molto concettuale quella proposta da Lamin, anche nei momenti più dance e catchy: come i migliori pensatori, l’artista dalle origini africane sembra muoversi per tentativi, esplorando anfratti della coscienza e del suono dove dialogano Occidente e Terzo Mondo, stati-nazioni e l’irrefrenabile avanzare delle migrazioni. Non tutto funziona alla perfezione, ma l’ascolto e l’approfondimento sono fortemente consigliati.

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