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Forse basterebbe il disposto combinato di The Greatest e Fuck It, I Love You – brani e relativi video – con l’ardente amore per la California way of life che è prima di tutto – come canta Lana – «a state of mind», con l’incessante flirt con l’autodistruzione, per dirci che cosa sia oggi Del Rey: ballatone sadcore esistenzialiste-nichiliste; il rimando interno all’album nella scritta “Venice” sul bomber; un juke-boxe che è una discografia del cuore in salsa neo-vintage; l’eterno crepuscolo espressionista sui faraglioni della costa; la litania di ciò che rende la vita degna di essere vissuta, eppure allontanata, in secondo piano, come se servisse una “wake-up call” per destarsi da un torpore dell’animo che porta a stati semicoscenti, psichedelici. Eppure c’è anche altro, in questo affresco West Coast 2019, qualcosa che non era emerso chiaramente quando in Honeymoon si giocava con l’hard boiled e una versione ormai mitica della California. E che non era presente nemmeno in Lust for Life, dove si dava maggiore spazio all’opulenza hollywoodiana che poteva anche odorare un po’ di cafonaggine. Qui, forse per la prima volta in modo esplicito, Del Rey fa irrompere l’attualità. E ne guadagna in sincera efficacia, per quello che è probabilmente il suo miglior disco di sempre.

Sì, perché la cura maniacale del dettaglio in una costruzione di un immaginario come quello che l’artista ha messo in piedi in questi anni, qui ripaga di tutto. Esempio lampante è la soffusa e lunghissima Venice Bitch, dove la ballad chitarra-voce si arricchisce di una lunga coda che va ad espandere i supposti del brano, come se fossimo dentro a un disco Seventies rock o Laurel Canyon (due riferimenti musicali che non sono mai stati così in primo piano). C’è il coraggio e la forza (The Next Best American Record) di prendere la materia dell’american dream per lei che, come buona parte della sua generazione musicale, è sempre sembrata disinteressata alla partita dei grandi, ai temi degli adulti. Impressione confermata dalla cover (Doin’ Time) presente a metà programma, che non può che essere un confronto diretto con la tradizione, al di fuori del giochino, a volte calcato, della citazione.

E infine c’è la vera e propria botta di attualità, con la lettura dell’apocalisse climatica in arrivo (The Greatest) che dello zeitgeist attuale “se è finita qui, almeno ho ballato”. Sempre nichilismo esistenzialista, ma che messo al confronto con l’oggi le fa spremere uno struggente sentimento di amore nostalgico e trovare senso, e forse anche significato, in una dimensione collettiva, un noi a cui non le sembrava del tutto di appartenere. Certo, come nella title track, Del Rey non rinnega la propria ossessione per il proprio ombelico: la storia di un ipotetico creativo estremamente dotato, ma poco cosciente dei propri mezzi, al punto da continuare senza fine a parlare della propria produzione come merda. Un selfie allo specchio? Forse, in parte. Ma ciò non toglie che per la prima volta un disco di Lana Del Rey suona urgente, e invece di lasciarci completamente alla finestra della sua esistenza ci invita almeno un po’ a stare insieme con un briciolo di speranza (Hope Is a Dangerous Thing for a Woman Like Me to Have – but I Have It).

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