• Set
    18
    2015

Album

Polydor, Interscope Records

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Una volta si diceva che il terzo era un disco difficile, quello che segnava una carriera: dopo l’interesse per l’esordio e la difficoltà della replica, ecco un artista alla prova di maturità. Per Lana Del Rey le cose sono un po’ diverse. Perché l’hype non è mai diminuito, e anzi ci troviamo di fronte a una musicista uscita dal bosco indie e che assomiglia in tutto e per tutto a una celebrity. Non una superstar del music business come Taylor Swift, ma una che per copie vendute (Ultraviolence ha venduto complessivamente più di 1 milione di copie nel primo mese di pubblicazione) e interesse suscitato non ha mai lasciato indifferenti pubblico e critica. E perché questo è il disco in cui si presenta per quello che vuole essere: una diva. E ci chiede di celebrare con lei la nostra luna di miele da L.A. Confidential.

Honeymooon è un disco che prova a portare il sadcore di Lana a un livello superiore, a farne una compiuta opera gotica in pieno stile hard boiled californiano. Ma arriva corto. A funzionare perfettamente sono l’atmosfera generale che riesce a creare, con il passo lento del beautiful loser West Coast, la luce sempre radente come nella prima stagione di True Detective, le emozioni che questo mondo difficile provoca messe sul tavolo operatorio delle canzoni come un bolo sanguinolento. Ci provoca, Lana Del Rey, quando con l’apparente noncuranza della femme fatale ci sussurra all’orecchio frasi che dovrebbero lasciarci di gesso e invece suonano come un cartiglio da Bacio Perugina. Ci sono il distico “I like you a lot/So do what you want” da Music To Watch Boys To che celebra la banalità dell’amore tardoadolescenziale, o la piattezza eletta a motto di vita “let sleeping dogs lay” (Religion) – che suona come non svegliare il can che dorme. O ancora la rilettura del poema di T.S. Eliot nell’intermezzo spoken word che vorrebbe citare il David Bowie/Ziggy Stardust, ma che riesce solo a irritare per la piattezza. Frasi e situazioni che suonerebbero stonate in bocca a una cantante in uno di quei fumosi locali che sembrano essere serviti da ispirazione per l’album. E che sembrano traghettare le canzoni di Lana Del Rey non già verso il territorio che David Lynch ha magistralmente esplorato, quanto piuttosto dentro a una sorta di Portrait of an American Family che Marilyn Manson avrebbe potuto offrire agli sceneggiatori di Mad Men. Tutto si fa leziosa autoindulgenza, un tratto connaturato all’anima di una certa Los Angeles, ma più che profumare di celluloide hollywoodiana, odora della plastica da poco prezzo di Wal Mart.

Qualche buon numero c’è, perché a dispetto dall’eccessiva reticenza produttiva di Dan Auberbach per il precedente Ultraviolence, qui i suoni sono curati in modo minuzioso per ottenere atmosfere profonde, tridimensionali (magari da statua di cera di Madame Tussauds). Il lato meno convincente di Lana Del Rey, però, non sono mai stati il sound o le atmosfere, ma i limiti del cantato (monocorde e poco duttile) e della scrittura, così avviluppata attorno ad un’unica idea da risultare stucchevole, soprattutto se protratta per i sessanta minuti di Honeymoon. Forse la cifra del disco si riassume tutta nella rilettura di Don’t Let Me Be Misunderstood posta in coda. Al di là dell’evidente trolling rivolto ai giornalisti e ai critici musicali che ne hanno evidenziato il fiato corto, la cover non ha praticamente nessuna idea, se non quella di plastificare anche un’icona dell’anticonformismo come Nina Simone per cercare di appropriarsene. Per fortuna di tutti, Lana Del Rey compresa, le due parabole si muovono su direttrici che non sono destinate a incontrarsi. Disco smorfioso.

22 Settembre 2015
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