• Ott
    26
    2018

Album

City Slang

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Un disco sul dolore e sulla perdita, fatto con la consapevolezza che lo scrivere canzoni «rimane uno strano legame tra l’estrema solitudine e l’estrema connessione» tra le persone. In questo senso, la materia musicale diventa un terreno comune di dialogo tra artista e pubblico, o meglio «qualcosa di vero, di calmo, di bello e capace di aiutare», un po’ come il testo di una Tenderness che descrive un rapporto d’amore con una pacatezza che non è mai rassegnazione.

Laura Gibson non usa mezze misure, questa volta, e si affida alla musica come se fosse un’àncora di salvezza. I “goners” del titolo, in inglese corrispondono a due tipologie di individui, ovvero chi perde se stesso nella persona che ama e chi sta per morire, e così il nuovo album della musicista statunitense elabora il proprio tema centrale con arrangiamenti minimali, sussurrati, spesso basati su un arpeggio di chitarra acustica o poco più, lasciando che sia la voce a parlare. Una voce come al solito elegantissima, ancestrale e intima al tempo stesso, rassicurante e profonda. Le cose migliori non si ascoltano in un’iniziale I Carry Water troppo enyana nei toni, con quel mood ambient epidermico e un po’ telecomandato, ma in una Clemency crepuscolare e malinconica capace di aperture d’archi e inquietudini improvvise, in una Domestication che gioca con certe cadenze ritmiche dei primi Arcade Fire pur rimanendo fondamentalmente un brano folk o in una Slow Joke Grin condotta in punta di fingerpicking (roba che i nostri Comaneci forse apprezzerebbero).

L’aspetto più interessante del quinto album della musicista è che non si accascia stereotipato sul concept che lo sorregge lavorando semplicemente su accordi in minore e nostalgia, ma ci gira attorno, magari con un mood jazzato tra Nick Drake e Joni Mitchell (Performers), certi passi felpati quasi orchestrali in bilico tra pieni e vuoti (Marjory) o parentesi chitarra acustica e voce (il bel quadretto domestico di Thomas). Forse Laura Gibson non avrà mai il carattere di una Laura Marling, il gusto impeccabile per la tradizione folk-blues americana di una Jolie Holland o magari la trasversalità di una Laura Veirs, ma certamente con Goners si avvicina a grandi passi a un’essenzialità che giova decisamente alla sua scrittura.

12 Novembre 2018
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