Recensioni

La ragazzina appena diciottenne che nel 2008 si affacciava sulla scena musicale con il suo primo disco, il solido Alas, I Cannot Swim (salutato dal nostro Solventi come «la prima mano di una lunga partita»), si è fatta donna. E oggi, poco più che trentenne, sembra che abbia già vissuto una vita intera: ha rimarcato le doti e l’appartenenza al giro dei songwriter di razza con due dischi a stretto giro (I Speak Because I Can del 2010 e A Creature I Don’t Know dell’anno successivo), fino alla nomination al Mercury Prize del (primo) capolavoro Once I Was A Eagle (2013). Si sono aggiunte, poi, il disco sul ciglio di un baratro esistenziale (Short Movie), le colonne sonore per il teatro, le collaborazioni con la TV (vedi la cover dylaniana per Peaky Blinders), un disco intimo e “politico” (come può essere politico l’animo di un’artista di razza) come Semper Femina.
A trent’anni si è abbastanza vissuti da avere l’età per avere una figlia, una Girl, come la chiama lei, che si riflette in tutte le donne giovani che per il mondo vanno, culo dritto o meno, con il rischio di perdere prematuramente “la propria innocenza” o – sempre parole sue – «venir inconsapevolmente sbriciolate dalle forze dominanti della nostra società». «Vorrei starle accanto e sussurrarle all’orecchio tutta l’autostima e le conferme che ho trovato così difficili da dare a me stessa»: scrive allora una colonna (sonora) per le tante Laura Marling che le devono ricordare lei da giovane, così come succedeva alla poetessa americana Maya Angelou, che non ha mai avuto figlie, ma è stata madre di tante.
Ecco che le coordinate ci riportano al 2017 e alle tematiche dell’ultimo disco, corroborate dagli studi (un master) in psicoanalisi: dieci brani come diari terapeutici, motivazionali, gestionali di altrettante girl che affrontano il senso di essere donna oggi in una società che apparentemente è la più avanzata mai conosciuta. Una società che non esita ad operare distinguo, fare eccezioni, nascondere sacche di sofferenza, mostrare solo ciò che luccica in modo sexy, lascia indietro senza troppi patemi chi all’essere donna aggiunge qualche altra caratteristica che la renda doppiamente invisa alla norma patriarcale (queer, nera, disabile e via di intersezionalità in interserzionalità).
Concepito in parallelo all’esperimento LUMP con Mike Lindsay (Tunng), Song For Our Daughter esce in anticipo rispetto all’estate in cui era previsto: è il contributo personale di Marling all’incertezza per il futuro che stiamo vivendo in questi mesi di crisi sanitaria mondiale. Assieme alla cantautrice, due vecchie conoscenze: Ethan Johns e Dom Monks. Ma è un disco volutamente intimo nel feeling, senza tempo nel risultato, fatto di canzoni che sono nate nella stanza dei giochi (il suo studio personale nello scantinato di casa) con nessun altro orecchio a giudicare se non il proprio. Così Marling si “permette” di comporre direttamente al pianoforte (il dialogo madre-figlia di Blow By Blow che odora del Dylan degli anni Sessanta), costruisce quadretti in fingerpicking (una Only The Strong presa quasi a prestito dal catalogo di Simon & Garfunkel), oppure si lascia tentare da un country con l’anima (Strange Girl) o dalla ballata più minimal che abbia mai inciso (The End Of The Affair, che si conclude con una specie di grido sommesso: «now let me live», come a dire che non serve alzare il volume per essere forte).
Song For Our Daugther è un disco solo apparentemente semplice e diretto. Gli arrangiamenti, soprattutto gli archi, non sono un semplice abbellimento delle melodie, ma una ricerca voluta per lasciare nella mente dell’ascoltatore un mood, una sensazione, un sentimento che mostri fino in fondo lo scandaglio esistenziale delle canzoni. E nel missaggio, per stessa ammissione di Marling, c’è una ricerca di spazialità che mette al centro l’ascoltatore, «come un grandioso disco di Bill Callahan in cui il songwriter sembra stia al centro del tuo cervello». Una volontà di essere qui e ora, spingendo l’ascoltatore ad essere presente a se stesso per lo spazio – infinito – di una canzone o di un disco.
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