Recensioni

Sono passati quasi cinque anni dal suo ultimo disco, Warp and Weft. Nel frattempo, la songwriter statunitense Laura Veirs, da Colorado Springs, ha cresciuto due figlioli e ha cominciato a scrivere il suo nuovo album all’indomani delle elezioni presidenziali americane, il cui esito nefasto conosciamo fin troppo bene. The Lookout, uscito lo scorso 13 aprile, prodotto ancora una volta dal marito Tucker Martine, che il magazine iconico Paste incoronò qualche anno fa tra i 10 migliori producer del decennio, è un disco delicato, personale e intensissimo, il cui pregio principale è la solidità di fondo. Una solidità confortante, quasi materna, che attraversa ognuna delle 12 tracce di cui si compone, persino quelle apparentemente più lievi ed evanescenti, che dietro la grazia e l’eleganza impeccabili celano sapienza, mestiere, affascinante avvedutezza.
I riverberi che dominano i suoni di questo album non appaiono mai strabordanti, e soprattutto non sono semplicemente effetti: sono messaggi cifrati, sono il segno tangibile di un approccio. Come un invito benevolo al garbo, come una dimessa lezione di stile. Come un suggerimento ad abbassare i toni, senza per questo rinunciare a dire cose interessanti. E ne dice di cose rimarchevoli, la nostra Veirs, come quando in Everybody Needs You, uno degli episodi più pop del disco, fa un’ode alla genitorialità che riesce nel miracolo di non essere banale; o come quando in Watch Fire, altro singolone in cui nuovamente ci fa pensare alla migliore Julia Holter, canta con l’amico di vecchia data Sufjan Stevens una specie di ninna nanna che invita a non aver paura. E se i rimandi a un certo cantautorato femminile in bilico tra pop e folk sono costanti (Laura Marling, Beth Orton e persino la Joan As Police Woman degli esordi), la Veirs riesce nell’intento di conservare una sua identità stilistica, un habitus tutto suo, una soggettività distinta.
Le dosi massicce di slide guitar in Seven Falls, il fingerpicking di Mountains of the Moon, la dolcezza scarnificata di Heavy Petals, finiscono col diventare marchi di netta riconoscibilità dell’artista e della sua cifra. Una cifra che resta sottovoce, ma che non rinuncia a descrivere la vastità (la vastità selvaggia dei sentimenti, la vastità selvaggia della natura, che fa spesso da sfondo ai testi attraverso potenti metafore – The Canyon). The Lookout è un disco che tocca, senza blandire, né lusingare. Molto più semplicemente, ti tiene per mano, e in qualche modo ti rassicura.
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