Julia Holter (US)

Biografia

Pianismo classico e field recording: una parabola da Laurie Anderson a Scott Walker

Tenere insieme il synth-pop lo-fi degli anni 2000 con oscuri poemi medievali, il musical filtrato dalla televisione degli anni Sessanta con la psichedelia hypnagogica che a Los Angeles non ha mai smesso di guidare carriere musicali, le radici affondate nell’accademia classica con field recording più istintuali che concettuali, il cinema francese d’autore con le decadenti atmosfere mittleuropee, il folk più narrativo con un’attitudine letterario-poetica piena e forte. Tutto questo, e molto altro che lei stessa dice e non dice, è la musica di Julia Holter, che nell’apparente semplicità, oggi ci ricorda quanto i suoi risultati siano “solo” l’espressione di una ricerca marcatamente pop. Ambiziosa? Sicuramente, ma non lo era forse Brian Wilson quando immaginava Smile, toccando spazi di follia? O Van Dyke Parks quando pennellava di archi come nessuno prima le melodie di hit da classifica? Il fatto che, in fondo, siano tutte figure che ruotano attorno a Los Angeles e a certi tratti della cultura californiana non è un caso…

Julia Holter ci nasce il 18 dicembre del 1984, ma prima di fare della città degli angeli la sua casa, la famiglia si trasferisce a Milwaukee, dove la Nostra frequenta la Alexander Hamilton High School’s Academy of Music. Non si sente però abbastanza dotata per diventare una cantante o una pianista, ma la passione per la musica e le canzoni la convincono di essere adeguata per il ruolo di compositrice, di figura nascosta dietro il palco che compone per altri. La metà degli anni 2000 segna il suo ritorno a Los Angeles, dove inizia a frequentare in parallelo il CalArts e un circolo di musicisti giovani, lo-fi, che gira in città. Sono entrambi elementi fondamentali per la sua crescita personale. Da una parte il giro Human Ear Music, cioè Nite Jewel, Ariel Pink, Gary Wilson; dall’altra i docenti dell’Università che le insegnano composizione, come Wolfgang von Schweinitz. Nel mezzo, quasi a far da tramite, Michael Pisaro, suo mentore dichiarato: compositore in prima persona, oltre che studioso di teoria e composizione musicale, ma anche autore di alcuni dischi per la già citata Human Ear Music.

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Proprio dalla commistione di questi due mondi apparentemente lontani, cui si aggiunge la pratica del field recording, nascono le prime composizioni, che circolano in città sotto forma di CD-R e che vengono raccolte da Human Ear Music nell’Eating The Stars del 2006: reinterpretazioni di brani di Pisaro stesso, episodi ambient, reinterpretazioni di brani pop classici, conditi con qualche episodio originale. Ancora una volta il colto, l’alto, l’avanguardia e il mondo del pop. Nel frattempo l’attività live è intensa, documentata da registrazioni disponibili per alcune etichette laterali. Si segnala, in particolare, un Live Recordings (2010) che circola come cassetta numero 15 per NNA Tapes, sempre attenta a questi interstizi tra elettronica e pop avanguardistico.

Un pop più interessato a indagare i coni d’ombra

Il primo vero album a nome Julia Holter arriva l’anno successivo e si intitola Tragedy. Il ciclo di brani che compongono il disco rappresenta la sua interpretazione personale della storia di Ippolito, un classico da Grecia ellenista. L’album è il frutto del lavoro in beata solitudine della stessa Holter. A voler semplificare, un album di avanguardistico synth-pop letterario declinato lo-fi, più per necessità che per scelta artistica. A voler guardare sotto questa copertina, che vuol dire tutto e niente, emergono le due anime della Holter. Da una parte il rigore classicheggiante delle strutture e le educate attenzioni per i dettagli, soprattutto armonici; dall’altra una semplicità e un’immediatezza, nonostante il peso concettuale del disco, perfettamente pop. Un pop, certo, non del tutto solare, più interessato a indagare i coni d’ombra, eppure già personalissimo.

Nemmeno un anno e si replica. Ispirato da oscuri e non meglio precisati manoscritti medievali, Ekstasis è un’indagine senza confini nell’atmosfera e nell’evocazione, in un gioco di specchi che fa sembrare tutto diverso ma uguale. Se da una parte può indicare ancora una certa insicurezza nei propri mezzi, dall’altra il disco mostra un preciso intento estetico. Ci si trova dentro il folk primigenio, una Laurie Anderson appena meno cerebrale, ma anche il sapore tutto mitteleuropeo di una Nico e la decadenza della chanson francese. Sullo sfondo, però, si affacciano più intensi indirizzi cameristici, omaggi mascherati al kraut, e il nume tutelare sembra essere Robert Wyatt, uno che di rimescolamenti se ne intende. Come abbiamo scritto in sede di recensione, pur mancando il guizzo del singolo brano, l’album colpisce per «il suo essere perennemente in bilico tra alto e basso, tra fuga in avanti e capacità di essere sempre decifrabile».

Ekstasis è un’indagine senza confini nell’atmosfera e nell’evocazione”

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Nello stesso periodo di Ekstasis, Julia Holter sembra non riuscire a stare ferma un minuto. Ha già pronta una canzone, ma la mette da parte perché non si adatta alla omogeneità di ispirazione e tematiche del disco. Nel frattempo, in città riappare Linda Perhacs, igientista dentale di Los Angeles che nel 1970 pubblicò un disco di folk psichedelico diventato oggetto di culto nei giri della Holter. La Perhacs, lasciati gli strumenti in ambulatorio, comincia a calcare i palchi cittadini, e ad accompagnarla nei suoi live set c’è alle tastiere proprio Julia Holter, che confessa di essere una fan sfegatata del disco della Perhacs, Parallelograms. È un album che ha avuto più di un influsso sulla musica della giovane: lo stesso gusto per la stratificazione degli effetti, soprattutto sulla voce, che caratterizza tutti i lavori della Holter e un interesse a sviluppare quegli aspetti evanescenti della psichedelia, quegli elementi non del tutto (apparentemente) a fuoco che però contribuiscono a creare il sound e l’atmosfera di un disco e di una canzone.

Loud City song ha il pregio di mostrare gli immensi spazi che il pop può ancora esplorare”

Il vero primo colpo che porta Julia Holter ad uscire dalla nicchia frequentata fino ad allora è del 2013 e si intitola Loud City Song, un disco che, come abbiamo scritto in sede di recensione, è «modellato sapientemente, coerente, dai contenuti mai banali, che ha il pregio di mostrare ancora una volta gli immensi spazi che il pop può ancora esplorare». Il disco è ispirato al musical Gigi tratto dall’omonimo romanzo di Colette. Non un concept, ma più una costellazione di brani che ruota attorno a una fonte di ispirazione: atmosfere Belle Epoque, Parigi, il musical degli anni Cinquanta, aromi jazzati, lo sfondo folk e tinte che talvolta si colorano di psichedelia morbida. Verrebbe da dire, un disco perfettamente a metà tra California ed Europa, tra attitudine pop e gusto avanguardista. Il risultato è uno degli album pop più riusciti degli ultimi anni, un sound che sembra poter traghettare il pop grezzo dei vari synthpopper da cameretta verso una nuova dimensione, più consapevole, più matura. Per farlo, diversamente dal passato, Julia Holter si affida, per l’esecuzione e il live set, a una vera e propria band di sette elementi. Viene paragonata a Laurie Anderson, un’artista che, anche nell’intervista che ci ha concesso all’epoca, la Holter in realtà non cita mai apertamente. Il paragone rimane, ma la direzione sembra meno concettuale e più propriamente pop, nel senso di popular. Fatta salva qualche eccezione, infatti, i brani che compongono Loud City Song, pur nella loro trasversalità e lateralità, rimangono all’interno dell’alveo della pop music.

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Vedi alla voce: Scott Walker

Se il nume tutelare fin qui poteva sembrare Robert Wyatt, con il successivo disco del 2015, Have You In My Wilderness, si scopre definitivamente che il vero perno potrebbe in realtà essere identificato in Scott Walker, e per due ragioni. Da una parte il lavoro con una band in carne ed ossa, qui interpellata fin dalla fase compositiva, mette maggiormente in evidenza il gusto per l’arrangiamento orchestrale tipico del Walker solista degli anni Sessanta. Ma il percorso della Holter sembra seguirlo anche nella sua ricognizione attorno a temi circoscritti – si pensi a Tilt ispirato a Pier Paolo Pasolini o al più recente Bish-Bosch sul pittore Hyeronimous Bosh – e alla sua capacità di fondere elementi diversissimi per esprimere il risultato della propria ricerca personale. Certo, il paragone si deve fermare qui, perché il quarto disco della Holter è un album pop fatto e finito, lontano dall’oscurità cervellotica dell’ultimo Walker. Qui, come mai prima, Julia Holter riesce a mettere a fuoco questo suo interesse per i mondi creati dalle canzoni, magari anche altrui. Ormai, però, la Nostra ha trovato una sua dimensione totalmente personale e i riferimenti non sono che allusioni, magari giocate con uno scarto nel punto di vista. Torna il gioco di specchi tipico di tutta la sua carriera, ma qui trova il miglior equilibrio tra tutti gli elementi, senza mai perdere di vista quell’alveo in cui l’artista ha sempre voluto tenere i piedi. Uno dei grandi dischi pop del decennio.

Il rapporto con il mondo di celluloide che aveva fatto capolino tra le pieghe ispirative del disco del 2013, Loud City Song, è un buon ponte per la colonna sonora di Bleed for this, film di Ben Younger che racconta la vicenda di resurrezione sportiva di un pugile dopo un incidente che ha rischiato di spezzargli la schiena. Per l’occasione, la Holter recupera Maxim’s I, e compone un pugno di brani, di cui in realtà molti sono bozzetti strumentali al servizio delle scene del film. Unica eccezione in termini di durata, Fighint Duran, che non a caso è stata utilizzata anche come veicolo promozionale per la soundtrack: un quadro cameristico/ambient sottolineato da lunghe frasi degli archi e una perfetta continuità con la Holter del 2015.

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