• Mar
    22
    2019

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Laurel Halo possiede un fascino magnetico e i tratti di un piccolo enigma. È una solitaria cresciuta in un paesino chiamato Royal Oak che ha imparato a uscire dalla propria claustrofobia, un’artista affermata che continua a buttarsi a capofitto in un oceano di suono alla ricerca di stimoli, regole da infrangere, confini da superare. È una multistrumentista con una laurea alla School Of Music del Michigan strappata alla musica per ensemble che, in dieci anni di carriera, ha combinato generi e stili che vanno dalla techno all’elettrocustica, dal minimalismo al jazz, dal folk magico al hypnagogica, dall’art- ai beat e viceversa. Avrebbe potuto rimanere impigliata nelle maglie di Daniel Lopatin e James Ferraro con i quali ha iniziato a srotolare le fila della propria visione artistica ed è invece riuscita a sviluppare un percorso personale, scegliendo di mostrare fragilità e paranoie come parte di un approccio non identitario rispetto a questo o a quel genere o stile, coltivando uno guardo sonico profondo, piegato su tasselli e alchimie rispetto ai quali non vale la classica urgenza compositiva ma un indescrivibile e estemporaneo sentire. Nel contempo, si è divisa tra composizione a casa e in studio, da sola e poi con altri e, non ultimo, dietro alla consolle dove, se è vero che l’abbiamo sempre vista un po’ in prestito tra un evento fashionista e un festival marchetta, questo Dj Kicks si posiziona come necessario tassello per saggiarne la bontà.

29 tracce complessive per 60 minuti, sette i pezzi presentati in esclusiva, di cui 5 non ovvi né tantomeno banali di producer come Rrose (Cricoid Pressure), Machinewoman (Just Made Some Jazz Music), FIT Siegel (Pennyrut), Nick León (Pelican Dub), e di una che apprezziamo da parecchio, Ikonika (Bodied), oltre ad altri due dei suoi: la percussiva e minimale tech house di Sweete e la più astratta, con cascate (e moviole) di note free al piano, Public Art, messa all’inizio come evocativa premessa a quello che è un viaggio sui ritmi ancor prima che sulla techno.

Tornando a un’elettronica da notti insonni, Halo procede esplorativa facendo scivolare una traccia nell’altra con scafato mestiere. All’inizio sembra di sentire Helena Hauff con i suoi affondi EBM, diversamente dai suoi missati però la pressione è alternata, il moto ondoso, la claustrofobia mescolata all’euforia della scoperta: cosa si nasconderà dietro al prossimo angolo? Che stanza si spalancherà davanti a nostri occhi dopo aver percorso l’androne? È un dj kicks che spinge diretti sul dancefloor, questo, ma non uno qualunque però. C’è il nero della notte ma non quello degli outfit d’ordinanza. Si balla ad occhi chiusi, con ampi movimenti di mani e braccia al cielo, perché no, come i tamarri della trance. Questa è femminea brain dance libera dalle fisse dei producer maschi, dai loro algoritmi, dalle successioni di Fibonacci, dalla matematica applicata al ritmo, un trip lungo un’ora che sa strattonarti ma solo per girarti attorno, avvolgerti nei groove, puntellarti con ritmi dritti e spezzati, farti affondare in una codeinica techno oppure indurti in tentazione, verso viaggi iniziatici.

Dal surrealismo della sopracitata opener, sci fi ed esoterismo si presentano come Yin e Yang del mix, con Laurel Halo a farli rimbalzare su ampie volte, a smetterli e riprenderli all’interno di una narrazione sinusoidale, libera da regole stringenti e non priva di side effect, soprattutto negli avvitamenti marcatamente dance in cui la sensazione è quella di aver bevuto il classico drink di troppo. Sono piccoli difetti, metti anche parti stesse di un gioco governato impeccabilmente. In definitiva, un mix che offre un importante sguardo sulla Halo dj: ambito magari non rivolto a chi la conosce e preferisce nei panni di sofisticata autrice elettronica, ultraconsigliato a tutti coloro per i quali l’unica dittatura possibile è quella dettata dal ritmo.

27 Marzo 2019
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