• Lug
    13
    2018

Album

Latency

Add to Flipboard Magazine.

Seta grezza, legno non intarsiato“. Raffinatezza e minimalismo, senza bisogno di seguire le regole, anzi con l’esigenza di romperle. Ad appena un anno di distanza dal piccolo capolavoro di destrutturazione surrealista, tra elettronica filo-R’n’B e free jazz, voci e cut up, che era la terza prova in lungo Dust, Laurel Halo torna con un mini-album di sei tracce strumentali avant-ambient, per l’etichetta francese Latency, che ne esplora l’aspetto più meditativo. Ispirato sin dal titolo alla traduzione dell’autrice di fantascienza Ursula Le Guin – scomparsa lo scorso gennaio – del Tao Te Ching, caposaldo del taoismo che sembra guidare anche l’attitudine alla composizione, Raw Silk Uncut Wood vede i significativi contributi di Oliver Coates al violoncello proprio come nei dischi realizzati al fianco di Mica Levi (occhio, ad ogni modo, alla sua nuova uscita da solista, prevista per inizio settembre), ed Eli Keszler, già felicemente alle percussioni nel succitato Dust.

Gli episodi che aprono e chiudono la scaletta si estendono per circa dieci minuti cadauno, lasciando il campo a spazi sonori cinematografici e naturalistici, intervallati dai restanti, più irregolari, altri quattro brani, a ricordarci che nella musica della producer americana persino ciò che pare algido cova un germe di istintiva follia, persino ciò che pare pacificato cela percorsi mentali tutt’altro che lineari (l’agitazione ritmica di The Sick Mind parla chiaro). Una figura ambigua ed enigmatica, la sua, al pari del Prince S dell’artista di origine uruguaiana Jill Mulleady che campeggia in copertina. Tiravamo in ballo l’aggettivo “cinematografico” e, Coates e Levi a parte, la cosa fila, visto che l’esperienza effettuata in prima persona per accompagnare Possessed, mix di documentario e fiction del team olandese Metahaven sull’intreccio fra (ir)realtà, identità umana e social media, ha di recente giocato un certo ruolo. Mentre l’altro aggettivo, quello naturalistico, getta un ponte che va da Jon Hassell a GAS, lasciandoci godere delle rilassanti, fresche correnti di camaleontiche note che possono passarvi nel mezzo, in un microsistema di trame sintetiche e organiche che ci ricorda puramente negli intenti l’unica opera futuristica-ancestrale a firma Ramona Lisa di Caroline Polachek, Arcadia. Un capitolo minore, dunque, ma affascinante, sia nell’ideazione sia nella realizzazione, a conferma di un talento impossibile da incasellare e, pare sempre più evidente, decisamente “superiore”.

13 Agosto 2018
Leggi tutto
Precedente
Da Ben Harper a Floating Points. Locus Festival 2018
Successivo
Gooms – V1 (Descent)

album

artista

Altre notizie suggerite