• feb
    17
    2017

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Room40

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Lawrence English è un artista prolifico ed instancabile, protagonista di un lungo percorso di ricerca contraddistinto dalla coerenza e dall’eclettismo che lo ha portato a indagare concetti e dinamiche come la memoria, le interazioni umane, lo spazio, la relatività… Sintetizzando tanti anni di onorata carriera, potremmo dire che l’indagine di English riguarda la politica della percezione e ha il suono come strumento principale.

Sound art, soundscaping, videoarte, installazioni multimediali: sono tutti ambiti espressivi nei quali l’australiano si è impegnato, sia da artista che da curatore di mostre e festival. Il suo nuovo album arriva dopo l’acclamato Wilderness Of Mirrors, si intitola Cruel Optimism e ha visto la luce, proprio in questi giorni, su etichetta Room40. Anche solo a guardare i formati fisici della release se ne intuisce la portata: le due versioni deluxe in vinile sono andate esaurite in un batter d’occhio, nonostante i prezzi importanti, ed esistono anche delle versioni standard sia su solchi che in CD. Ad analizzarne il contenuto, poi, si trova conferma del grande respiro insito in questo lavoro. Tracce come Object of projection sono un fulgido esempio di come, nelle mani di English, il suono diventi, definitivamente, un territorio d’indagine “politica” (nel senso più nobile del termine). È in grado di tradurre sensazioni come frustrazione e rivolta interiore in un concentrato di armonie sintetiche, frammenti di suoni organici e stratificazioni drone che emozionano e fanno vibrare. Altrove, come in The quietest shore o in Hammering a screw, diventa epico e dotato di una aura che lo avvicina a certa musica sacra. Requiem for a Reaper e Mouribond Territories sono i brani più distesi e ambient, mentre in Negative Drone e Somnambulist si toccano i picchi noise più cupi e claustrofobici. Sono spazi immersivi queste composizioni, nei quali la densità non va mai a discapito delle possibilità di fluttuazione, e lo spunto riflessivo riesce sempre a trovare una forma musicale conturbante e potente. «Questo è un disco sul potere – dice English – e su come esso riesca a condizionare due aspetti fondamentali dell’umanità: l’ossessione e la fragilità».

Gli scritti di Lauren Berlant fungono da spunto di partenza per una serie di meditazioni sulla condizione dei migranti, sull’impatto della Brexit e sulle ultime elezioni americane. Qualcuno ci avrebbe scritto un trattato. Il compositore australiano declina il tutto come una collezione di tracce preziose, un concept album per realizzare il quale ha collaborato con una schiera di artisti che include Mats Gustafsson, Mary Rapp, Tony Buck, Chris Abrahams, Werner Dafeldecker, Norman Westberg, Brodie McAllister, Australian Voices, Vanessa Tomlinson e Heinz Riegler. Ognuno di loro ha dato un contributo alla realizzazione di queste “liturgie atmosferiche” che è facile associare alle esplorazioni del connazionale Ben Frost o alle maestose architetture sonore di Tim Hecker. Un disco “di protesta” alto e vibrante.

11 febbraio 2017
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